sabato 18 luglio 2009

MITOLOGIA ANDINA


 





























Ultimamente, dopo la lettura di "Negli occhi dello sciamano" e "La profezia della curandera" di Hernàn Huarache Mamani, mi sto interessando alla mitologia e alla filosofia dei popoli andini e allo sciamanesimo dei nativi dell'America Latina.
Devo dire che è una strada tutta in salita perchè a quanto pare non si tratta di una corrente di pensiero particolarmente diffusa in occidente, sicchè è abbastanza difficile reperire informazioni e materiale in merito. Però una parola va spesa per William Sullivan, di cui ho particolarmente apprezzato il best seller "Il mistero degli Incas" e che mi ha fornito svariate delucidazioni "tecniche" riguardo alla mitologia andina e alla straordinaria capacità di questi popoli di leggere e interpretare il firmamento, riscattandoli in qualche modo dal peso di una Storia (in gran parte scritta da sacerdoti del Vecchio Mondo) che li hanno dipinti per secoli come selvaggi, ignoranti e rozzi.
Chiedendomi da quale parte fosse più giusto iniziare a dedicarmi a questa vastissima cultura, mi sono risposta che in ogni cosa è meglio cercare di partire dall'inizio, e l'inizio mi pare di averlo individuato proprio nei "Miti Andini", veri e propri racconti brevi che - per capirlo basta analizzarli, ad esempio come ha fatto Sullivan nel libro sopracitato- sono stati i custodi e il veicolo della cultura incaica, e i reali depositari di tutte le loro conoscenze. Del resto, per fidarsi dei miti e della loro importanza, basta ricordare che i popoli andini non conoscevano la scrittura, e che dunque tutto il loro sapere, tutte le informazioni veramente importanti dovevano essere tramandate oralmente, tenendo conto della labilità e dei limiti della memoria umana. Se si tratta di fissare e diffondere una gran quantità di dati con la massima precisione, e si è costretti a farlo oralmente, allora si capirà l'importanza di ogni singola parola, che dovrà essere facilmente comprensibile e il più precisa possibile. Decisamente nei miti non c'è posto per le chiacchiere!
Questa sintesi, che nulla toglie al contenuto, è stata resa possibile attraverso la struttura del mito, in cui attraverso convenzioni linguistiche si veicolano informazioni religiose, astronomiche, ma anche veri e propri insegnamenti come ad esempio il mese in cui è meglio seminare piuttosto che raccogliere il grano.
Così, ecco che nel mito gli animali rappresentano le stelle; gli dèi sono in realtà pianeti, e i riferimenti ai luoghi sono metafore per l'ubicazione degli astri nel globo celeste.
Importantissimo in questo senso il Mito del Diluvio (guarda documentario!), esposto da un indigeno ad uno scriba locale, per capire di quale portata fossero le nozioni astronomiche di questa popolazione e come venissero espresse e quindi tramandate nel corso dei secoli attraverso questi bizzarri (e "strampalati", come certo avranno pensato i cattolici spagnoli ascoltandoli!) racconti.





Lo ripropongo come riportato nel libro di Sullivan:





"Anticamente, il mondo rischiò di scomparire. Un lama maschio, che pascolava sulla collina e aveva buon foraggio, venne a sapere che l'Acqua Madre del mare aveva deciso di traboccare, formando una enorme cascata. Il lama (paqo) se ne rattristò molto, pianse a lungo e non volle più mangiare. Il pastore si arrabbiò e lo colpì con una spiga di mais. - Mangia, cane!- gli disse - te ne stai sdraiato sui pascoli migliori che ci sono.-




Allora il lama, parlando come un uomo, gli disse - Fa' attenzione e ricorda quello che ti dico: fra cinque giorni il grande oceano sarà quì e tutto il mondo ne sarà inondato.-

Sopraffatto dalla paura, perchè credeva davvero al suo lama, il pastore ordinò - Fuggiremo sul monte Vilcacoto e lì ci salveremo. Porteremo cibo per cinque giorni.-


Insieme alla sua famiglia ed al lama, iniziò subito la fuga ma quando stava per raggiungere la cima del Vilcacoto, vide che si erano riuniti tutti gli animali: puma, volpi, guanachi, condor, e tutte le altre specie. Non appena arrivarono in cima, le acque si riversarono a fiumi, ma essi si strinsero sul cucuzzolo in uno spazio piccolissimo, dove il diluvio non poteva raggiungerli.

Le acque, però, sfiorarono la coda della volpe e la bagnarono: ecco perchè oggi la coda è di colore nero.

Cinque giorni dopo le acque si ritrassero e si asciugarono, la zona asciutta cominciò ad estendersi. Il mare tornò nei propri argini e le cose si seccarono, tanto che perirono tutti gli uomini. Sopravvissero solo il pastore e la famiglia, rifugiatisi in montagna e tornarono a moltiplicarsi, generando l'umanità."



Se analizziamo alcune parole, troveremo che fanno parte di un linguaggio "tecnico" e simbolico, che rimanda ad altri significati.

Ad esempio la parola quechua per definire "lama" (che parla come un uomo!) è paqo, che significa anche "sciamano", ovvero una sorta di sacerdote che "legge le stelle", ma non solo! Il Lama e la Volpe sono, combinazione!, proprio due nubi oscure costituite di polvere interstellare che si trovano all'interno della luminescente Via Lattea.

Di più: Il riferimento al Monte Vilcacoto, dove in quechua Vilca significa sole, mentre Coto significa mucchio e per esteso si riferisce alle Pleiadi, che venivano intese come un mucchio di semi da piantare, in quanto ci si basava sulla loro osservazione per stabilire il periodo di semina.

Dunque, semplicemente riferendosi al monte Vilcacoto, il mito era stato in grado di comunicare un dato importantissimo. Aveva messo in relazione il Sole con le Pleiadi, indicandone chiaramente il sorgere eliaco, fissando dunque all'interno di sè stesso la data della propria invenzione.

Ma allora che cosa vuole dirci il Mito?



Questo mito racconta, riassumendo, la vicenda di un "Pachakuti" (disastro) - nel senso etimologico del termine che ormai abbiamo dimenticato, ovvero una "divisione delle stelle", un cataclisma, in quanto la distruzione della Terra di cui si parla non riguarda il mondo come lo intendiamo correntemente, ma piuttosto il Kay Pacha (questo spazio-tempo) e per comprendere questo passaggio è necessario spiegare che per gli andini il cosmo era costituito da tre regni:





- Hunaq pacha - il mondo superiore, o regno degli dèi





- Kay pacha - questo mondo





- Ukhu pacha- il mondo sotterraneo, dove tornavano le anime dei defunti prima di reincarnarsi.





Tuttavia bisogna altresì dire che tali regni non erano ubicati rispettivamente uno in cielo, uno sul suolo terrestre e l'ultimo sotto terra, ma erano intesi tutti quanti nel cielo, e precisamente, la porzione celeste definita "questo spazio tempo"(il Kay Pacha) era compresa tra il Tropico Boreale e quello Australe; il regno dei morti si trovava a sud del Tropico Australe, mentre la Terra degli Dèi comprendeva la porzione di cielo che si estendeva a Nord del Tropico Boreale.

Il cosmo veniva poi quadripartito dall'incrocio immaginario delle due diagonali formate dai rami della Via Lattea (chiamata anche "Il grande fiume") visibili nel cielo notturno nella stagione opposta al loro sorgere eliaco. (vedi fig.)














"Ciò significa che, al suo sorgere in uno dei solstizi, il sole si trova in uno dei due rami della galassia. (...) Per esempio al solstizio di giugno, il sole aurorale "porta con sè" nel cielo il ramo nordovest-sudest, a mezzogiorno tale ramo raggiungerà, invisibile, lo zenith, e a mezzanotte sarà l'altro ramo, quello orientato a nordest-sudovest ad attraversare lo zenith."

Ebbene,per raggiungere l'Hanaq Pacha il cammino era in direzione del ramo della Via Lattea associato al nord e al solstizio di giugno, mentre per l'Ukhu Pacha era nell'altro ramo, quello abbinato al sud e al solstizio d'inverno.

Infatti, proprio all'alba del solstizio d'inverno, era questo il ramo della Via Lattea visibile, quello che contiene il Lama e la Volpe celesti. In quel momento preciso, la Via Lattea appariva a contatto con l'orizzonte, determinando l'apertura della "finestra" spazio-temporale tra il mondo dei defunti e quello dei vivi. Una volta all'anno, il regno dei morti era accessibile perchè il Fiume Celeste (che ogni mortale deve attraversare alla fine della propria vita terrena) "era accessibile sull'orizzonte all'alba del sole solstiziale."

Per celebrare questo evento ogni anno si tenevano banchetti e feste che duravano quattro giorni, i due precedenti e i due giorni successivi al solstizio, durante i quali si riteneva che gli spiriti degli antenati tornassero tra i vivi e a questo scopo si offrivano cibi e bevande alle mummie dei propri avi defunti.

Ebbene, Sullivan è riuscito a ricostruire cosa fosse il Pachakuti profetizzato dal lama deducendo dal linguaggio simbolico-tecnico del mito la data esatta della sua creazione , e con essa l'"istantanea" del cielo della notte a cui esso si riferisce, stabilendo che si trattava del solstizio di giugno del 650 d.C, data in cui - chi avesse guardato la Via Lattea avrebbe visto al suo interno una nebulosa a forma di Volpe salire nel cielo quasi tutta sopra l'orizzonte, tranne la coda che, rimasta al di sotto di tale linea, sarebbe stata bagnata dalle acque dell'oceano celeste, diventando nera. Per la prima volta dopo 800 anni la via Lattea aveva cessato di sorgere eliacamente a causa del moto precessionale della Terra, e il "matrimonio" ideale tra il sole solstiziale e la Via Lattea era finito per sempre, decretando al contempo la distruzione dell'accesso all' "Hunaq Pacha", alla terra degli dèi.



GLI DEI ANDINI



VIRACOCHA





























Il primo in ordine di tempo e importanza tra gli dèi andini è senz’altro Viracocha, spesso raffigurato vecchio, con una lunga barba bianca e con un bastone in mano, e – ad esempio nel dio della Porta di Tiahuanaco (vedi foto a lato), è rappresentato androgino – ossia gli elementi maschili (i raggi solari che compongono la capigliatura) e femminili (viso di felino) sono perfettamente bilanciati nella sua immagine a simboleggiare la perfetta armonia tra energie ying e yang di cui è composto il cosmo.




Il suo nome letteralmente si potrebbe tradurre con “spuma del mare”, ma dopo una più approfondita analisi è possibile attribuirgli un significato di ben maggior rilevanza. Bisogna tener conto infatti anche del bastone che porta in mano, fatto questo che viene spesso menzionato in rapporto al suo nome nell’appellativo “TUNAPA VIRACOCHA”, dove in quechua la parola tunapa significa “portatore di bastone” , e che sta ad indicare l’asse del cosmo, composto come già abbiamo detto dai tre mondi sopracitati. In quest’ottica il nome Viracocha significherebbe “piano inclinato del mare”, essendo egli il portatore del bastone, signore del “Mulino Celeste” che macina le età del mondo attraverso lo zodiaco esprimendo così le funzioni del Tempo e del Movimento.Abbiamo accennato che nel linguaggio tecnico del mito gli dèi rappresentano i pianeti.




Allora non è difficile rintracciare in Viracocha l’entità incarnante Saturno, dio della giustizia e della misura, e nella sua qualità più importante supremo “misuratore” del cosmo (in quanto Saturno, con la propria rivoluzione, permetteva agli astronomi che lo osservavano di rintracciare lunghi lassi di tempo). Egli è perciò il Padre che vuole il bene per l’umanità e per questo le ha regalato il “fuoco”, ovvero la scintilla creativa in grado di superare i limiti della durata della vita umana mediante la conoscenza della misurazione del Tempo, ma anche severo dispensatore di Punizioni per coloro che infrangono le norme.
Di fatto durante il "regno" di Viracocha le regioni andine conobbero davvero una lunga epoca di pace e di cooperazione tra molti e diversi gruppi tribali, quasi 8 secoli di armonia che portarono a un relativo benessere e ad un consistente incremento demografico.
Dopo la data indicata nel mito del Diluvio, il 650 d.C, questo periodo di armonia e pace terminò per lasciare il posto ad un periodo di sanguinose battaglie sotto l'egemonia dello Stato di Wari.
Il momento in cui Saturno portò il fuoco della conoscenza nella coscienza umana viene ricordato come il momento in cui il Sole toccò la Via Lattea incendiando la galassia, ecco perché la Via Lattea viene spesso ricordata come “il fiume di cenere”.
Invece il mito del diluvio fa riferimento ad un altro momento fondamentale della coscienza umana, del tutto analogo al mito greco in cui Crono spodesta il padre Urano:
la scoperta della Precessione Terrestre, ovvero la comparsa del Tempo Misurabile– il momento in cui per la prima volta fu evidente l’azione implacabile del Grande Mulino Celeste, ossia la macinazione delle età del mondo, per effetto della quale Padre Cielo (Urano) si separò da Madre Terra (Gea) ad opera del figlio Crono(Tempo!)-Saturno che lo evirò, sciogliendo così "l’amplesso" nuziale dei genitori e in quel momento creando (cioè concettualizzando) sé stesso.






MANCO CAPAC

Si dice che dopo il diluvio, Viracocha - ormai vecchio e stanco- si affrettò ad attraversare il ponte che stava per crollare e lasciò la Terra per sempre, ma che prima di farlo, diede il proprio tuna, il bastone del comando - l'asse cosmico - al padre del non ancora nato Manco Capac perchè lo consegnasse al figlio quando fosse stato il momento.
Viracocha aveva fretta, il suo tempo sulla Terra era terminato, ed egli doveva raggiungere l'Hunaq Pacha prima che il ponte (il ramo della Via Lattea associato alla Terra degli Dèi) crollasse, cioè prima che la congiunzione solstiziale tra orizzonte terrestre e fiume cieleste svanisse per sempre distruggendo così la "strada" tra Questo Mondo e il Mondo Superiore. Ma prima doveva lasciare "lo scettro del comando" al suo successore, ritenuto dagli indigeni andini il mitico capostipite degli Incas: Manco Capac, il rappresentante terreno di Giove. Il passaggio di consegne tra vecchio e nuovo dio lo intuiamo già dal nome di Manco, Capac, dal verbo quechua capay "misurare con i palmi", vale a dire "colui che misura (l'universo) coi palmi". In altre parole, andandosene, Viracocha lascia al suo successore la qualità che farà di lui il signore del cosmo: la capacità di misurare il Tempo, cioè il controllo del Mulino Celeste.
Ormai dovremmo essere tanto avvezzi ai riferimenti astronomici dei miti, da immaginare che il racconto in cui Viracocha lascia il bastone al padre di Manco Capac per il figlio si riferisce proprio ad una congiunzione tra i pianeti Saturno e Giove, avvenuta proprio nella vigiglia del solstizio estivo dell'anno 650 d.C!










Nessun commento:

Posta un commento