lunedì 3 agosto 2009

LA FILOSOFIA ANDINA




La tradizione spirituale andina affonda le proprie radici nella notte dello Sciamanesimo andino databile a quasi 10.000 anni fa, e di fatto può esserne considerata l’evoluzione.
Si tratta di un’arte che può essere appresa e utilizzata anche per fini pratici in quanto fornisce alla persona che la pratica gli strumenti per maturare una maggiore consapevolezza di sé e del cosmo (inteso come flusso di energia vivente e insieme di ogni cosa creata) permettendole così di superare i limiti personali “autoimposti” e vivere la vita in armonia e pienezza, godendo appieno di ogni piacere che offre.

Come già accennato, potremmo dire che la parola chiave della spiritualità andina è proprio ”energia” – o “Kausay” che potremmo tradurre dal quechua come “Energia vivente” in quanto ogni persona, animale, albero, montagna, lago, mare o stella del creato viene intesa come una particolare forma di energia, con un proprio linguaggio segreto – che in un tempo lontano eravamo in grado di comprendere, ma che ora, con il progressivo allontanarci dalla nostra Grande Madre, la “Pachamama” , intesa ovviamente come Madre Natura, amorevole dispensatrice di cibo che nutre, di erbe miracolose che curano, di acqua che purifica e di aria che rinvigorisce – abbiamo dimenticato.
Il risultato di questo allontanamento dalla Pachamama, il nostro bistrattarla e asservirla ai nostri scopi materiali al posto di onorarla e accostarci ad essa con il rispetto che si deve alla Grande Madre è stato: da un lato l’avvelenare l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, il cibo stesso che mangiamo; dall’altro la perdita dell’empatia con il Creato – e la conseguente spirale negativa di ansia, paure, egoismo, avidità, divisioni, lotte e di odio in una catena sempre uguale a se stessa che sembra impossibile da spezzare.
La filosofia andina – in quanto evoluzione dell’antico Sciamanesimo- permette proprio questo: spezzare la catena che chiamerò, in modo del tutto arbitrario, “dell’Odio” tramite una serie di pratiche atte a riportare l’individuo in contatto con il Kausay, (ri)insegnandogli a relazionarsi con l’energia vivente del cosmo e guidandolo in questo cammino di evoluzione della coscienza attraverso sette livelli, sette tappe fondamentali.
Come già avevo appreso leggendo il più volte citato (nel post sulla Mitologia Andina) “IL MISTERO DEGLI INCAS” di Sullivan, per gli andini era particolarmente importante osservare un particolare principio: il principio di reciprocità, grazie al quale per secoli (ca dal 200 a.C al 650 d.C) una moltitudine di tribù diverse per usi e costumi avevano potuto coabitare e cooperare in una armonia che produsse ottimi risultati dal punto di vista economico e culturale anche in terre ostili e scarsamente fertili come possono esserlo gli altopiani peruviani.
Per lo stesso principio, era fondamentale lo scambio continuo tra uomo e uomo, tra tribù e tribù, tra mortali e dèi, tra vivi e defunti, e naturalmente tra uomo e natura.
Il Kausay deve poter fluire, passare da una creazione ad un'altra del Cosmo per poterle rinvigorire, in uno scambio continuo e generoso.
Quindi, se vogliamo trovare una sorta di “dogma” all’interno della filosofia andina, che per sua natura non comprende nessun “comandamento” o precetto, possiamo individuarlo in questo: dare e ricevere con generosità.