martedì 15 novembre 2011

IL PESCATORE

C'era una volta un pescatore molto povero che ogni mattina, all'alba, si svegliava per andare al lavoro.
Appena il chiarore dell'aurora illuminava la finestra della sua cameretta, il pescatore dava un bacio alla moglie, che gli dormiva accanto, si lavava con l'acqua del catino e indossava i suoi abiti vecchi, ma sempre freschi di bucato e molto  pratici e confortevoli. 
In cucina, si preparava una ricca colazione in stile emiliano, mettendo a friggere nello strutto un bel pezzo di gnocco che poi farciva con due fette di prosciutto crudo. Spesso ne preparava qualche pezzo in più da mettere nella sua bisaccia perchè, se per l'ora di pranzo gli fosse capitato di vedere qualche bella "mangiata", non sarebbe stato costretto ad interrompere la sua battuta di pesca proprio sul più bello, per poter mangiare a sua volta.
Col suo lavoro riusciva a guadagnare appena lo stretto necessario per mantenere sè stesso e la moglie, ma nella loro piccola e modesta casetta non mancava mai nulla. La moglie era molto brava a fare economia! Le bastavano qualche acciuga, un po' di farina, due uova e un po' di verdura per preparare un pranzo degno di un re!  E se alle volte avanzava qualcosa, certo in casa loro non veniva buttato!  La moglie del pescatore era bravissima a ricavare ghiotte polpette, prelibate frittele, ottime conserve e altre sorprendenti delizie dal cibo che non riuscivano a finire in giornata. E la sera, dopo cena, non mancavano mai di concedersi un buon bicchiere di vino, comodamente seduti davanti al camino. 
Il pescatore amava il suo lavoro, e non vi era giorno in cui, la prospettiva della meravigliosa giornata che aveva davanti, non gli facesse dimenticare il rammarico di dover abbandonare il calore delle coperte e dell'adorata moglie così di buon'ora. Era il mestiere che gli aveva insegnato suo padre, ma per lui, prima di essere un lavoro, era una vera e propria passione! Bisognava conoscere i pesci, i loro gusti, il loro modo di attaccare l'esca.  Poichè essi rimanevano  nascosti negli abissi, il pescatore doveva indovinarne le mosse semplicemente osservando i movimenti del galleggiante o della punta della canna. Era una sfida emozionante, sempre accesa e diversa!
     Un dolce pomeriggio di inizio estate, il pescatore - messa in pastura la propria esca - se ne stava comodamente sdraiato sulla riva del fiume. Aveva appena mangiato un delizioso sformato di patate che la moglie gli aveva messo nella bisaccia la sera prima e, scolata una bottiglia di vino che aveva messo a rinfrescare nell'acqua del fiume, si era ritrovato ad ammirare il soffice disegno di una nuvola contro l'azzurro del cielo, e ora avvertiva il dolce torpore del sonno invitarlo al riposo. 



 
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Pescatori a riposo
Renato Gattuso




Mentre si abbandonava alla semplice pienezza del proprio esistere, udì uno scalpiccio di zoccoli avvicinarsi dalla valle circostante. Riscosso dal suo torpore, si alzò sui gomiti e vide un cavaliere galoppare verso di lui. Avvicinandosi  al pescatore,  il cavaliere ridusse  l'andatura del proprio cavallo fino a fermarglisi accanto. 
"Salve, buon uomo!" lo salutò il cavaliere, smontando dalla sella.  Indossava un abito di puro cotone, dal taglio moderno e finemente decorato, e  al fianco portava una spada scintillante, dall'elsa d'oro.
"Salve, signore" rispose il pescatore, colpito dalla bellezza e dalla classe del nobile.
"Non lo sai, forse, che chi  dorme non piglia pesci?"
"Stavo guardando una nuvola bianca bianca, guardavo com'era bella, così bianca contro il cielo blu, e devo essermi appisolato." rispose il pescatore.
"Ma se vuoi pescare, non è alle nuvole che devi pensare!" lo rimproverò il cavaliere, sedendosi accanto a lui.
"E perchè mai dovrei perdermi un simile spettacolo, signore, quando mi si presenta spontaneamente agli occhi?" domandò il pescatore.
"Che domande! Perchè, se ti concentri sulle nuvole, non vedi se una trota ti tira giù il galleggiante!"
"Ma, signore, io le mie trote le conosco così bene che non ho bisogno di guardare il galleggiante per sapere quando una ha abboccato al mio amo!" replicò il pescatore.
"Ah sì!? Dimostramelo!" lo sfidò il cavaliere. Si tolse dalla tasca un foulard di seta e lo strinse bene intorno alla testa del pescatore, bendandogli gli occhi. 
Pochi minuti dopo  il pescatore avvertì una leggera vibrazione nella canna che teneva in mano, e seppe che una trota aveva assaggiato la sua esca. Ma era ancora troppo presto per tirare! Attese che i colpi diventassero più regolari e, quando sentì che la canna quasi gli sfuggiva di mano, vibrò un brusco colpo verso l'alto, tirò verso di sè due bracciate di filo e poi lo allentò gradualmente, dando spago al pesce che, libero di nuotare un po' più in profondità, si stancava e perdeva le proprie energie senza rischiare di rompere il filo.  La lotta durò qualche minuto, finchè il pescatore, senza fretta, recuperò dall'acqua tutto il filo e da ultimo un pesce dalle squame argentee,  che mostrò al cavaliere come un trofeo.
"Vedete? Non occorre privarsi della bellezza, per poter pescare."
"Sono davvero impressionato!" replicò il cavaliere. "Ma, quello che intendevo dire è che, se intendi pescare per mestiere, ti servirà ben altro che una canna di salice e un logoro spago!" 
"E perchè mai?" domandò il pescatore "Ho sempre pescato con questo!"
"Sì, ma dovresti provare una vera canna da pesca e un vero filo! Di quello che non si spezzerebbe neanche se abboccasse uno squalo!" 
"Ma, signore, non posso permettermi queste cose!" rispose il pescatore.
"Certo che non puoi! Guardi le nuvole invece di pescare, e ti limiti ad usare una ridicola canna di salice e del logoro spago!" rispose il cavaliere "se tu, invece di abbandonarti a futili pensieri, ti concentrassi maggiormente sul risultato e buttassi nel fiume due lenze, invece che una sola, raddoppieresti il numero di pesci catturati e, nel giro di una settimana, potresti comprarti una vera canna da pesca."
Il pescatore si grattò il capo, pensoso. "E a cosa mi servirà avere una vera canna da pesca?"
"Che domande!" commentò il cavaliere "Ti servirà a prendere più pesci, e più grossi! Vedrai, ragazzo, se fai come ti dico aumenterai talmente i tuoi guadagni che in breve potrai permetterti una barca a remi!"
"E a cosa mi servirà avere una barca a remi?" chiese il pescatore, che tra l'altro non sapeva nuotare ed avrebbe avuto paura di trovarsi a galleggiare nel bel mezzo del Po, lontano dalla riva.
"Giovanotto, ma sei proprio ottuso!" sbottò il cavaliere "Con una barca potresti raggiungere tutte le zone del fiume, gettando la tua lenza dove più ti piace! Pescando dalla riva, come fai ora, puoi forse sperare di prendere quei pochi pesci che si trovano a passare accanto alla tua sponda, che saranno poco più di un quindici percento di quelli che nuotano nel fiume!"
Il pescatore sembrava perplesso. "E invece, se pescassi a bordo di una barca, quanto pesce potrei sperare di prendere?"
Il cavaliere inarcò le sopracciglia, muovendo appena le labbra in un rapido calcolo: "Ad occhio e croce, potresti prendere il trenta percento dei pesci totali del Po!"
"Sarebbero un mucchio di pesci!" commentò il pescatore "Decisamente molti ma molti di più rispetto a quelli che ho bisogno di catturare per mantenere me e mia moglie!"
"Già!" convenne il cavaliere, soddisfatto di aver dato un ottimo consiglio al suo nuovo amico.
"Ma, signore, a cosa potrebbe servirmi guadagnare molto più di quanto abbia bisogno per vivere?"
Il cavaliere non credeva alle proprie orecchie! Quell'uomo vestito di stracci era talmente abituato alla sua povertà da non riuscire nemmeno ad immaginare di poterne uscire! Di più: sembrava addirittura non desiderare di migliorare la propria condizione! Pazientemente, provò a dipingere per lui un futuro di tutto rispetto, insegnandogli i colori a cui – a causa della sua indigenza - era totalmente cieco.
"Per esempio, se guadagnassi tanto, potresti pagare degli uomini perchè lavorino per te!"
Ma il pescatore aveva proprio la testa dura!
"E a che cosa mi servirebbe avere dei dipendenti, se già guadagnassi moltissimo anche lavorando da solo?"
"Ma scusa, prova a riflettere!" insistette il cavaliere "Se lavoraste in due, raddoppiereste il pescato! E, di questo passo, in capo a una decina d'anni potresti addirittura permetterti un vero peschereccio! A quel punto, il denaro guadagnato in precedenza ti servirà tutto, perchè un peschereccio ha bisogno di una ciurma."
"Una ciurma?"
"Sì, ragazzo! Un gruppo di pescatori di cui tu saresti il capitano, il capo, e che farebbero tutto quanto il lavoro al posto tuo!"
"Già, ma... se i miei uomini facessero tutto quanto il lavoro, io poi cosa farei? Non potrei più pescare?" domandò il pescatore con disarmante candore.
"Amico, certo che potrai pescare, sarai tu il capo! Ma solo se desideri farlo, per tuo diletto, per passione! E potrai startene comodamente sdraiato, a bere vino e a guardare le nuvole!"



Questa favoletta mi è stata raccontata da un uomo-cicala, mio padre. 
Non so dove l'abbia sentita (anzi, se qualcuno sapesse citarne la fonte mi farebbe felice!)  me la raccontò una volta e così ho deciso di scriverne il concetto, modificandone  personaggi (non ricordo gli originali) e dialoghi ma mantenendone il succo.
 Trovo che esprima bene il suo concetto del lavoro (di mio padre, intendo!) , che condivido.
Vorrei solo che fossimo in tanti a pensarla così, a capire che si deve lavorare per vivere, e non vivere per lavorare!
Perchè, alla fin fine, non ha molto senso possedere una bellissima casa, se non si ha il tempo materiale di viverla, o avere una meravigliosa auto, se questa ci serve solo per noiosi viaggi di lavoro e ci manca il tempo per portare al mare chi amiamo. 
Accumulare ricchezze per il semplice gusto di farlo non ha senso. Per quanto magnificente e grandioso possa essere il nostro funerale, il denaro faticosamente risparmiato non ci sarà di alcun giovamento nella tomba!
Il denaro non può e non deve diventare un fine, perchè è proprio questo a renderlo sporco, a rendercene schiavi.   Invece, dovremmo ricordare che esso è solo il mezzo che ci permette di assaporare al meglio la vita, questo tempo meraviglioso che ci è stato concesso e che non tornerà. 
Quando abbiamo smesso di accontentarci di quanto abbiamo? Perchè dannarsi per tutta la vita, quando basterebbe aprire gli occhi su quanto già possediamo, per capire di essere esattamente felici così, che non ci serve altro per stare bene?
Devo ammettere che, un pochino, lo invidio il nostro amico pescatore! Fa quello che ama, e quello che ama fare gli permette di mantenere sè stesso e la moglie. Difficile immaginarlo stressato! A meno che, forse, non decida di seguire i consigli del nobile cavaliere!

2 commenti:

  1. Sono d'accordo, ma non tutti la pensano come noi, il famoso spirito imprenditoriale....desiderare sempre di più in termini materialistici, non è altro che una mancanza di altri obbiettivi, quelli spirituali....
    Bella storia che rende veramente l'idea...
    Ciao
    Angie.

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  2. Grazie Angie!
    Questa è un po'la mia filosofia, non ha senso dannarsi l'anima e perdere tutto il bello che ci viene incontro spontaneamente in virtù di una ricchezza, magari eccessiva, ma futura. Secondo qualcuno potrei essere una persona senza ambizioni. Invece ho solo definito le mie priorità.Grazie di essere passata di qua! Bacio!

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