sabato 12 ottobre 2013

GIOVANNA

"Guardami, Camilla."
Abbassai gli occhi, liquidi di pianto, su una delle mie spalle incurvate, così palesemente vinte eppure decise a non arrendersi. Piangere era la sola cosa che proprio non potevo fare; non adesso, non con lei davanti. Eppure le lacrime erano lì, a premere calde contro le pareti dei miei occhi.
Dita morbide e fresche mi sfiorarono il mento. Sentii un tremito nella sua mano, la sua forza trattenuta, la sua impaziente ostinazione nel cercare di portare il mio viso sulla rotta del suo sguardo.
Mi lasciai guidare da lei, ma mantenni cocciutamente lo sguardo spinto contro il margine esterno del mio campo visivo per non dovere incontrare i suoi occhi. Sentivo la pelle scottarmi come in preda a una febbre feroce, e il sangue e gli occhi e il sudore che stillava dai punti morbidi del mio corpo ribollire come per effetto di un notevole sforzo fisico. La volontà di scappare via e di fuggire lontano da Giovanna era pari soltanto al desiderio di gettarmi su di lei e di baciarla selvaggiamente. Non feci nessuna delle due cose: me ne mancò l'ardire.
"Non sei contenta", osservò, e mi sembrò che il suo tono fosse più sorpreso che contrariato.
"Non è vero", sussurrai, e la mia voce risuonò incerta e pateticamente falsa.
"Non sei contenta che Andrea mi abbia baciata."
I miei occhi lasciarono di colpo l'isola della parete su cui li avevo esiliati per disegnare i rossi e carnosi contorni delle labbra di Giovanna. Immaginai la sua bocca innocente e perfetta coperta dalle labbra secche di Andrea, e avvertii la lama della gelosia affondarmi nel petto.
Mi lasciò andare e per un momento sembrò immergersi nel suo universo di freddo distacco. Quando le capitava, era come se una grande bolla invisibile la risucchiasse, rendendola inaccessibile a tutto e a chiunque. Conoscevo abbastanza bene quella sua particolare condizione da prepararmi al desolante isolamento che sapevo sarebbe seguito. Finché fosse rimasta nel suo mondo, niente di quello che avrei potuto dire o fare avrebbe potuto raggiungerla. Piangere, urlare, strapparmi i capelli... perfino baciarla, in quel momento, non sarebbe servito a niente, e comunque - benché ormai non potessi più negare che farlo sarebbe stato il mio più grande desiderio - non ne avrei mai trovato il coraggio.
Erano mesi, ormai, che i nostri gomiti si urtavano sui banchi di scuola; eppure, solo da pochi istanti mi appariva così chiaro che cosa fosse in realtà quell'assoluto senso di euforia che mi pervadeva ogni mattina, quando - appena sveglia - realizzavo che tra pochi minuti l'avrei vista di nuovo, che le sarei stata nuovamente vicina, che avrei potuto sentire la sua voce e il suo odore di bucato fresco. Era una felicità assoluta e inebriante, come quella che precede una festa tanto attesa, ma anche un po' diversa: più malinconica e fragile, perché - mi ero accorta, col tempo - bastava un suo sguardo più freddo del solito, o un saluto meno caloroso nel vedermi, o il sopraggiungere del suo fatidico "momento-bolla" per farmi passare dalla più sfrenata gioia allo sconforto più nero. Se poi i racconti del suo corteggiamento tormentato con Andrea sembravano talvolta avviarsi verso un lieto fine (cosa assai improbabile, dal momento che lui - del tutto inspiegabilmente - sembrava preferire le gare di motocross alla compagnia di Giovanna) tale dolorosa tristezza mi si annidava sulle spalle per giorni, come un uccello cupo e nefasto, ghiotto dei colori accesi che la mia tenera età offriva in sacrificio al mio amore infelice.
Rimasi impotente a osservare i suoi occhi, solitamente verdi come smeraldi, ora offuscati dalla patina di una riflessione intima, ma talmente consistente che mi parve quasi di poterne udire le frasi e le parole taciute. 
"C'è qualcosa che non va, in te". 
 E io che non tentavo nemmeno di rispondere, perché era la stessa cosa che pensavo io.
"Non ti sarai mica innamorata di me, vero?" 
Quella era la domanda peggiore che avrebbe potuto pormi in assoluto, perché era l'unica che non richiedeva risposte. Ero palesemente, spaventosamente, irrimediabilmente innamorata di lei, e non l'avevo capito che da pochi attimi. E, ora che lo sapevo, non avrei più potuto mentirle. 
"Credevo fossimo amiche, ma evidentemente mi sbagliavo. Non ti voglio più vedere!"
Lo pensava. Sentivo che lo pensava, al sicuro nella sua bolla impenetrabile come un baco nel suo bozzolo, e sapevo che lo avrebbe detto. Fui presa dal panico, il sangue mi affluì copioso alla testa pennellando le mie gote di rossa vergogna. 
"Noi due siamo amiche", le avrei risposto, disperata. "Non voglio che le cose tra noi cambino. Non voglio niente da te, a parte quello che abbiamo sempre avuto."
Poi, di colpo, la bolla svanì, rapidamente come si era formata. Giovanna concesse ai miei occhi di nuotare nel verde dei suoi per un lungo istante, e un timido sorriso le increspò le labbra.
"Eppure non dovrebbe dispiacerti", disse. 
"Lo so, ma..." sbuffai la mia pena in cerca di una risposta che mi rendesse meno miserabile, meno colpevole. Sentivo di averla tradita, di avere buttato alle ortiche il nostro legame speciale.  
"Anzi, dovresti essere contenta che l'abbia fatto." 
Contenta!? Ero ben lungi dall'essere contenta che Andrea avesse baciato la mia Giovanna, e questo era la dolorosa dimostrazione di quanto fossi indegna della sua amicizia.
"Prima non ero sicura di sapere come si dà un bacio", riprese Giovanna, e mosse un passo verso di me. "Ma, adesso che Andrea me lo ha insegnato, non ho paura di fare questo."

Poi mi allacciò le braccia intorno al collo, aderendo perfettamente al mio petto acerbo. E mi mostrò fino in fondo quanto speciale e dolce fosse in realtà il nostro rapporto.

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