giovedì 31 dicembre 2015

ANITA

Avevo undici anni, tu settantadue. 
Portati egregiamente, però. Niente lifting, niente abiti attillati da falsa ragazza (forse a quei tempi non usava ancora atteggiarsi a ventenni anche secoli dopo la menopausa...!) Avevi settantadue anni veri, di tutto rispetto, così come eri vera e rispettabile tu, coi tuoi capelli color antracite, che un tempo dovevano essere stati di un nero perfetto, così oscuro da non riflettere un filo di luce, e con la tua schiena da regina, dritta come un fuso. La prima volta che ti vidi stavamo pranzando nel ristorante della pensione che ci ospitava: io, seduta al tavolo insieme a mia madre e a mia nonna; tu, seduta a quello di fronte al nostro, da sola. Fui immediatamente colpita dal tuo sguardo azzurro cupo, come la neve antica di un ghiacciaio, e dalla linea gelida delle sopracciglia scure, naturalmente sottili. Quegli occhi incredibili, senza calore, sembravano guardare quel minuscolo mondo fuori dal mondo dall'alto in basso, velati da un ventaglio di ciglia lunghe e scure. Durante il pranzo ti osservavo affascinata, intimidita dai sorrisi cortesi che disegnavano piccole rughe ai lati della tua bocca, senza però scalfire la neve dura. Ero come ipnotizzata dal modo regale con cui accettavi le portate che la cameriera ti offriva: un largo e breve sorriso delle labbra, ancora piene e rosa, e una stilettata azzurra, come ringraziamento. Non riuscivo a staccarti gli occhi di dosso. C'era qualcosa, nella tua espressione seria, che mi costringeva a dimenticare le regole della buona educazione, il cibo che rimaneva intatto nel mio piatto, mia madre e mia nonna, e tutti gli altri commensali. O dovrei dire, piuttosto, che al tuo viso mancava qualcosa. Qualcosa... un'emozione, che tutti gli altri sfoggiavano con la massima naturalezza: chi ridendo a una battuta dell'amico; chi illuminandosi davanti alla lasagna della casa; chi soffrendo per i dolori articolari della non più verde età. Tu, no. Guardandoti, per quanto attentamente, nessuno avrebbe potuto capire di che colore fosse la tua giornata o, come ebbi modo di scoprire poi, tutte quante le tue giornate. Diritta, elegante, cortese, distante. Questo era tutto ciò che di te offrivi, indistintamente, a chi aveva l'ardire di avvicinarti. Più tardi, quel pomeriggio noioso, trascorso all'ombra del campanile, cercai ancora di studiarti. Il modo in cui sedevi circondata dagli altri pensionanti, eppure perfettamente isolata, in un silenzio tranquillo che non aveva niente di ostile o triste. I passi piccoli e lenti, ma decisi, fino all'atrio della locanda per recuperare il golfino blu, in tinta con la borsetta e le scarpette senza tacco. Quella tua breve assenza mi lasciò addosso un inaspettato senso di perdita, tanto che, al tuo ritorno, trovai il coraggio di chiederti di accompagnarmi a passeggiare per i stretti sentieri della collina intorno alla pensione. Mi ero aspettata di ricevere una stilettata azzurra, che infatti arrivò, puntuale. Quello che invece non mi attendevo fu il rapido, totale disgelo che la seguì. Per la prima volta vidi il tuo viso - tutto il tuo viso, stavolta, occhi compresi! - aprirsi in un sorriso largo, sorprendentemente regolare e bianco, sincero e caldo come il sole. Avevi subíto un delicato intervento al cuore e ti trovavi lì- in quel minuscolo paesello fra le colline modenesi - in convalescenza. Per questo camminavi piano, perché ti stancavi in fretta. Però avresti fatto volentieri un giro intorno al vicino convento, ormai abbandonato. Incredula e raggiante, balzai in piedi e ti offrii il mio braccio ossuto perché ti servisse da stampella. Camminammo adagio, a passi minuscoli, fermandoci spesso perché, anche così, avevi bisogno di riprendere fiato. Mi sentivo in colpa per averti chiesto di affrontare una simile fatica. Due, tre metri al massimo, e poi mi stringesti forte le dita intorno all'avambraccio, costringendomi a fermarmi. Respiravi affannosamente, e notai che lo sforzo aveva dipinto sulle tue guance ancora lisce, quasi senza rughe, l'illusorio rossore della gioventù. Ma dopo pochi minuti riprendemmo a passeggiare, chiacchierando allegramente, senza più imbarazzi. Le parole scorrevano fluide, con facilità, come se a quelle primissime confidenze ne fossero preesistite altre... come se, invece dell'abisso generazionale che ci divideva, tra noi non ci fosse che lo scarto di un paio di anni. Ovviamente io non avevo molta vita da offrirti, ma feci del mio meglio per rendere interessanti le mie ore di scuola, i miei compagni di classe, la mia strana famiglia e il mio mondo in costruzione, che già aveva cominciato a starmi stretto e che, dopo avere conosciuto te, mi era diventato ancora più angusto. Tu, invece, mi facesti dei doni meravigliosi. Gli anni della guerra, il matrimonio con il grande amore della tua vita, Nello (che per una strana casualità portava lo stesso cognome della mia nonna materna), la nascita del tuo unico figlio... Approfittasti di una pausa per riposarti un po' e, dopo aver ripreso fiato, rovistasti nella borsetta in cerca del portafoglio. In una piccola tasca, protette da un fazzoletto di carta ripiegato con cura, conservavi due piccole fotografie in bianco e nero che mi mostrasti con malcelato orgoglio. La prima raffigurava te nei primi anni di matrimonio. Ricordo che pensai che, sebbene con l'età non avessi perso granché della tua bellezza, in quella foto eri talmente diversa da non sembrare neanche la stessa persona. I tuoi capelli erano nerissimi, proprio come avevo immaginato, raccolti in un elegante chignon. Il tuo viso, ora piuttosto magro, nella foto era pieno e veramente aperto, spalancato alla vita. Ma la vera sorpresa fu scoprire che un tempo nei tuoi occhi non c'era stata traccia di neve, né di ghiaccio, e nemmeno di un temporale. Apparivano semmai leggeri, ridenti e caldi come il cielo in un mattino di maggio. L'altra foto ritraeva un bel giovane dalla pelle liscia e abbronzata, con le spalle larghe e le braccia tornite, che sembravano scoppiare sotto la camicia di cotone. Anche lui sorrideva, mostrando una schiera di denti bianchi e perfetti, al pari di quelli di sua moglie, e i suoi occhi scintillavano di gioia e vitalità. Mi raccontasti che Nello ti aveva lasciata una notte di tanti anni prima, in seguito ad un brutto incidente sul lavoro e, poiché tuo figlio si era sposato, ormai vivevi sola da anni. 

Cosi ebbe inizio la nostra strana, improbabile amicizia che, date le circostanze, racchiudeva in sé, già dal suo nascere, il suo carattere effimero. Nelle settimane di vacanza che seguirono continuammo a passeggiare e a raccontarci un'infinità di cose. Noi: la vecchia e la bambina, la regina e la zingara. Tu, con l'eredità del tuo passato, ed io, con la speranza del futuro. Per diversi anni, in occasione delle festività, ti telefonai per farti gli auguri, e ogni volta chiacchierammo a lungo, come se ci fossimo appena salutate. In realtà ti chiamavo per sapere come stavi. Temevo per la tua salute, per il tuo cuore affaticato e per gli anni che continuavano a sommarsi, portandosi via pezzi di te. Finché un giorno, temendo di non ricevere più risposta, e sapendo ciò che questo avrebbe significato, smisi di farlo. Così non ho mai saputo quando, né come. Ma oggi ho visto una signora su una carrozzina, spinta dalla sua badante russa. Ti assomigliava. Somigliava a te come saresti potuta essere... forse quindici anni fa. 


Così sono contenta di non aver saputo né il giorno né l'ora. Ma, come vedi, ti porto ancora con me, Anita.


giovedì 1 ottobre 2015

L'ALBERO DI FICO E LA LUNA

Cento estati fa, l'albero di fico e la luna si amavano per tutta la notte alla mia finestra. 
Io li ascoltavo curiosa, accesa d' incanto. Udivo il loro abbraccio ora frusciare nel vento come timida carezza, ora sbattere contro il muro della casa. Ascoltavo i loro respiri corteggiarsi, rincorrersi, attendersi l'un l'altro in note lente e profonde. Poi li sentivo affrettarsi, accorciarsi, infrangersi all'orecchio come spuma d'onda salata. 
I loro corpi, il mortale e l'eterno, danzavano insieme, in accordo perfetto, disegnando cangianti chiaroscuri su di me, unica testimone di nozze.
Luce stretta nell'abbraccio della polvere, latte aggrappato ai rami: che splendido Amore é stato il vostro! Perché non vi siete stretti più forte? Perché vi siete lasciati strappar via dalle braccia?
Luna, taci. Ci sarà una nuova estate e ti racconterò ancora di lui, di voi. Adesso scappa, devi andare, che é finita la mia ora dei ricordi.

TU ERI GIA'


Non lo sapevo ancora, ma tu eri già:
nella pallina di gomma strisciata d'aurora;
nella bacinella azzurra per ritirare il bucato;
nel grande pioppo solitario, castello dei miei fauni;
nelle nuvole, bianchi e soffici cappelli di cuochi;
nelle ginocchia appuntite, perennemente sbucciate;
nel serpente di gomma rossa che sputa acqua nell'orto;
nell'occhiolino del cielo sul tetto del campanile;
nell'odore di zampirone acceso nelle notti di sagra;
nella bicicletta infangata, che porto a casa in spalla;
nell'asso di bastoni che le spio dalle lenti spesse;
nell'ultima voce delle campane, che uccide il giorno;
nella nebbia di ottobre, che scordo nel sugo di funghi;
nell'odore appiccicoso dell'uva, che anticipa il tuo;
nella scala a pioli che mi porta alle stelle di fieno;
nello zaino sempre troppo vuoto, in cui c'è tutto;
nei pieni e vuoti della pioggia sui tetti rovesciati;
nel cartello in fondo alla strada, troppo lontano;
nella criniera gialla dei piscialetti, e negli occhi di Maria;
nel pane delle undici, intinto nel ragù di nonna;
nella birra nel bicchiere, troppo bella per non essere anche buona
(...eppure è amara e non mi piace!).
E c'eri già:
nell'ombra fitta del giardino, che sa tutto dei miei amori;
nelle forme nuove nello specchio;
nelle rose sbocciate stamattina, che ancora non ho colto;
nelle canzoni di Battisti, affannate sui pedali;
nelle gocce di profumo sul mio corpo, prima del sonno;
nel telefono rosa staccato, che mi scotta all'orecchio;
nelle lenzuola di tua nonna, che non ho mai visto.
Nelle parole nuove che ho scoperto oggi, che non oso dire
ma che spoglio di nascosto, questa notte, qui.
Le assaporo piano, piano scopro il senso profondo
di queste parole segrete che, anche se ancora non lo so,
ti appartengono e descrivono te.

martedì 1 settembre 2015

LA BELLEZZA

Ti sei mai sentito piccolo davanti alla vera bellezza?
Hai mai provato una vertigine, inebriante e un po' dolorosa, davanti a un quadro, a un tramonto, a un paesaggio, a una persona?
Hai mai avvertito un vago senso di perdita nello scoprire che il perfetto azzurro del mare non sa di zucchero e menta, e che non lo potrai mai davvero toccare?
Sei mai andato in mille pezzi ascoltando una canzone, oppure leggendo una poesia che era sepolta in te da millenni?
Hai mai avuto voglia di scappare da un cielo troppo pesante, troppo acceso di stelle?
Ti sei mai sentito schiacciato dalla immota rotondità della luna?
Hai mai tremato forte, in tutto il corpo, per un bacio vero?
La bellezza può essere letale, se non la sai reggere. Non è fatta per i deboli di cuore.
Il primo assaggio ti stordisce.
Il secondo ti prende allo stomaco.
Il terzo ti stende.

E, se non ti uccide, ti salva.

domenica 28 giugno 2015

FROM MY DIARY... JULY 2008

28/07/08

Letto. Buio. Caldo. Finestra aperta. Grida di ragazzini in vacanza. Rombo di un motore. Silenzio. Carezza di una leggerissima brezza notturna. Arti intorpiditi. Onde alfa... arrivano le adorate onde alfa... se mi abbandono completamente, in pochi minuti alle onde alfa si sostituiranno le onde delta e mi addormenterò dolcemente.
Sensazione di cadere nel vuoto. Tachicardia. Merda...! Addio onde alfa, sono sveglia, mi alzo e scrivo.
Migliorato un po' l'umore.
Dalla metà di giugno il tempo si è sistemato e le ferie sono state ricche di eventi fisici e anche spirituali.
Parlo, naturalmente, di Fiorella Mannoia come "psicoterapeuta" alternativo, e dell'ascolto della sua musica come nuovo esercizio purificatore del mio sentire. ...E nelle notti di maggio non puo bastare l'eco di una canzone per lasciarsi andare...La sento molto, troppo vicina a me, al mio modo di essere e di sentire.
Per questo l'ascolto delle sue canzoni mi funge da seduta psicanalitica che porta fuori emozioni nascoste nel profondo e dimenticate.
Stare ore ad ascoltarla, fissando le palpebre chiuse e aprire gli occhi sull'interno di me, sui miei cieli azzurri e oro.

Frattanto aleggiano ancora vecchie lenzuola nell'aria, il loro profumo sa di antico ma forse per questo mi piace, e comunque le finestre si aprono subito sui prati fioriti del presente.

La pochezza del mondo, la sua povertà mi spaventano sempre, ma forse adesso un po' meno. Sarà vero che conta più avere che essere, sarà vero che nessuno vuole la realtà, l'essenza delle cose e delle persone. Solo all'amore, solo ad un vero amante interessa sollevare il velo. E anche a chi è maniacalmente curioso dell'essere, come lo sono io....

Ma proprio per questo adesso la cosa mi terrorizza meno: è così per tutti!Tutti quanti escono, stampano baci su guance sudate: "Ehi, vecchio!" di quà, "Ciao, bella!" di là... eppure alla fine tutti quanti si portano addosso sempre questa pesante maschera che è il sorriso-per-forza, passaporto unico ed imprescindibile del successo.

A me non frega una cippa dei vostri sorrisi-per-forza.
Non me ne frega di parlare del tempo come gli inglesi. Se vi chiedo come state, ve lo sto chiedendo davvero, non per una stupida forma di cortesia, e mi aspetto che mi rispondiate sinceramente, o che mi diciate piuttosto che preferite cambiare argomento.
Se io vi chiedo come state, probabilmente è solo un modo non troppo invasivo per sapere altre cose di voi.
Voglio sapere cosa sognate, a cosa pensate prima di chiudere gli occhi.
Voglio sapere cosa vi turba, cos'è che vi toglie il sonno e che cosa invece vi fa alzare al mattino, ogni giorno. Voglio sapere quante volte vi siete innamorati, che è diverso dal domandare quanti compagni avete avuto. Voglio sapere quali sono i primi tre veri desideri che esprimereste, se trovaste la lampada di Alladino, e non vorrei sentire parlare di soldi o case o auto nuove.

No, non è che mi voglia impicciare degli affari vostri...di certo non sono un'amante del gossip e mi fanno orrore i pettegoli.
Voglio solo sapere come funzionate, perchè credo ancora che uno dei viaggi più belli da fare in assoluto, sia quello nell'anima delle persone. Almeno, in quella di chi, contrariamente alla maggioranza dei casi, vive in uno spazio 3D.

Come Te, ad esempio, anche se hai scelto (consapevolmente) di metter su casa in un tranquillo piano bidimensionale, un luogo privo di insidie e incertezze, dove una cosa costituita da un tronco di legno e da una chioma frondosa e verde assomiglia a un albero e quindi è senza alcun dubbio un albero. Non posso darti torto, e del resto non è mia intenzione giudicare quale delle due categorie sia la più interessante e comoda.
Di certo, quando e se vorrai, potrai sempre farti una vacanza di là, dove i colori sono molto più intensi ed era bello starli a guardare insieme. Camminarci da sola, senza la tua voce a rispondere alla mia, non è la stessa cosa, sai.

Quello che voglio dire è che ho sempre la strana impressione che per poter guardare dentro di me e dare un senso a quello che vedo, devo prima consegnare le informazioni a Te.

Ora, se fossimo dei robot, potrei dire che soltanto il tuo HardDisk interno riesce a trasformare in una immagine ad alta risoluzione le mie informazioni confuse. Senza il tuo sguardo a fissare le cose, i miei pensieri sembrano vorticare a vuoto e perdersi irrimediabilmente.

    mercoledì 24 giugno 2015

    SUL BISOGNO DI ESSERE VISTI

    Tutti abbiamo un profondo, disperato bisogno di essere "visti", capiti, compresi veramente.
    Tutti noi, uomini e donne, attendiamo l'arrivo di una coraggiosa principessa o di un impavido eroe che, animato soltanto dal desiderio di scoprire i nostri tesori nascosti, non abbia paura di abbattere i muri di diffidenza, lottare con i draghi del nostro orgoglio, vincere i demoni delle nostre insicurezze per poi farseli amici, e magari riuscire a trasformarli in virtù. 
    Non ci interessa essere ammirati per qualità che, nel nostro intimo, sentiamo di non possedere o per altre che, pur riconoscendo come nostre, per noi non hanno alcuna importanza. 
    Sappiamo di non essere perfetti, spesso anzi siamo consapevoli di essere dei totali disastri, e ciò nonostante riconosciamo in noi una unicità straordinaria, una sfumatura, una nota che è solo la nostra, un nucleo prezioso e irripetibile che appartiene soltanto a noi, come l'odore della nostra pelle o le impronte delle nostre dita, ed è proprio questa particolarità la nostra vera essenza, il tesoro sommerso che custodiamo nel nostro profondo, e che proteggiamo dagli sguardi del mondo. E' questa parte fragile e splendente che, con ogni fibra del nostro essere, con ogni cellula del nostro corpo, desideriamo vedere riconosciuta, portata alla luce e amata. Solo a quel punto ci sentiremo compresi e amati fino in fondo. 
    Ma neanche questo ci basta. 
    Perché la magia riesca non bastano due occhi qualsiasi, neanche nel caso in cui questi occhi riescano perfettamente, magari al primo sguardo, a scorgere il nostro vero Io. 
    Una persona ordinaria (cioè che noi percepiamo come tale, sia chiaro! In realtà tutti siamo speciali e degni di amore!) non può costituire un buono specchio per la nostra straordinarietà. Ci occorre sì che qualcuno ci percepisca come esseri unici e irripetibili, ed estremamente degni di amore, ma perché la cosa possa avere valore, è necessario che il nostro specchio, cioè colui che riesce a vederci davvero, sia a sua volta straordinariamente unico e irripetibile, ed estremamente degno di amore, ai nostri occhi. 
    Ecco perché costruiamo i muri intorno al nostro Io più profondo. Ecco perché poniamo demoni e draghi a guardia del nostro castello. Paura di essere feriti, abbandonati, rifiutati? In minima parte, forse. 
    In realtà a muoverci è una speciale forma di superbia, priva però dell'accezione negativa del termine, che ci permette di conservare la verginità del cuore in attesa di colui o colei che riconosceremmo ad occhi chiusi fra mille miliardi di persone, molte delle quali belle, seducenti, affascinanti, intelligentissime e profonde, e tuttavia assolutamente indegne di arrivarci nel profondo.

    sabato 6 giugno 2015

    STORIA DI UNA NINFA TRISTE

    Mi ero dimenticata di te. Cinque anni passati in pochi giorni, che si erano portati via la tua camminata instabile, il tuo volto pallido e magro, persino il ricordo del tuo nome.
    Ti avevo sepolta da qualche parte dentro di me, lontana da me, così tanto che, se improvvisamente mi fosse tornato alla mente il tuo viso dolente, avrei pensato di averti soltanto sognata, o magari di averti creata in un casuale moto immaginativo.
    «Pronto, M.? Sono Sara T.» Affastelli le parole in fretta, sovrapponendole le une alle altre e tagliando via l'ultima vocale di ognuna, come se non avessi fiato sufficiente a terminarle.
    Non ho memoria di te, e sono più che certa di non conoscere nessuna Sara T. ma, poiché hai usato il mio nome, non mi interrogo oltre sul fatto che mi stai chiamando da un numero privato.
    «Ehm, io... volevo solo dirti che sto arrivando.»
    Stai arrivando? E dove, dato che sono al lavoro e non ho preso impegni per la serata? E poi, chi sei tu, voce accelerata dal nome senza volto? Devo essere vittima di uno scherzo idiota, tutt'al più di uno sbaglio.
    «Scusa, ci conosciamo?» Neanche il tempo di finire la domanda, che la mia mente parte già in cerca di nuove risposte, colta dalla paranoia di come hai fatto ad avere il mio numero e dall'immagine ignota di te piegata in due dalle risate.
    «Sei M., vero? Sono Sara, Sara T.!»
    «Mi spiace, non conosco nessuna Sara T.», rispondo bruscamente, anche se non smetto di scavare nella memoria per trovare una traccia del tuo nome. Purtroppo non mi vieni in mente. Per me continui a non esistere, anche se indubbiamente conosci il mio numero e il mio nome.
    «Scusa, cercavo la mia collega. Si chiama M., come te.»
    Una collega col mio stesso nome? Adesso sono sbalordita, ancor più che confusa. Non so più che cosa pensare.
    «Devo aver confuso il numero in rubrica, scusami tanto!»
    «Figurati. Allora, ciao,» rispondo, prima di riagganciare. Scuoto la testa, fissando nel vuoto, ma non faccio in tempo a formulare un pensiero di senso compiuto che subito il telefono riprende a squillare. Controllo il display e so subito che sei tu. Dunque deve chiaramente trattarsi di uno scherzo!
    «Scusa, sono sempre io, Sara. Non so, pensavo che magari abbiamo fatto le scuole insieme...»
    Insensatamente, contro ogni logica, interrogo di nuovo la mia memoria in cerca di una Sara che, dalle medie al liceo, avesse potuto dividere la classe con me. Il responso arriva in fretta: nessuna Sara tra le mie compagne.
    «Quanti anni hai?» ti chiedo, domandandomi perché diavolo continuo a darti corda, se ormai è evidente che ti stai prendendo gioco di me.
    «Ventitré. E tu?»
    «Ventisette, dunque non possiamo aver fatto le scuole assieme.»
    E allora ti scusi di nuovo, ti profondi in un mare di scuse, fino a confondermi nel più assoluto dei modi, per poi chiudere la telefonata.
    Ma subito richiami, per la terza volta. A questo giro però, l'idea di essere presa in giro in quel modo prevale sul fatto che, comunque, mi sei sembrata educata e che, in fondo, non mi è dispiaciuto parlare con te.
    «Allora, ci dai un taglio o no?»
    «Ti prego, scusa...» continui a ripetere, ma non mi chiarisci il motivo reale di tutte quelle telefonate. Sembra quasi tu stia piangendo, e una parte di me vorrebbe chiederti se è vero, se a rompere le tue parole sia solo l'ansia o piuttosto una traccia di pianto. Ma non ti conosco, e la mia naturale diffidenza mi porta a credere che, più che lacrime, quelle che sento spezzarti la voce siano invece risate trattenute a stento. L'idea mi fa imbestialire al punto che decido di chiudere la conversazione, una volta per tutte.
    «Magari un giorno ti verrà in mente chi sono...» ti sento dire prima che si interrompa la linea, ma ormai è fatta. Ti ho persa nell'istante esatto in cui ti ho ritrovata dentro di me. Ah, l'orgoglio e l'impulsività, che guai!
    Accidenti, Sara, richiamami!, grido al telefono muto. Ora so chi sei, e so che – per qualche strano motivo – ti stavo aspettando da tanto.
    Per prima cosa ritornano le tue dita lunghe e nervose, le tue mani inquiete e bianche come gabbiani, mani che corrono incessantemente dalla cintura di una borsa di pelle ai tuoi lunghi capelli corvini. Li toccavi spesso, toccavi tutto, spesso, ogni cosa, come per sincerarti che fosse veramente vera, che fosse veramente lì. Toccavi anche me in quel modo fugace, leggero ma continuo, come se le tue dita fossero gli unici occhi di cui potessi fidarti davvero. Le tue mani pallide come fantasmi, come anime in pena, che volavano leggere da un oggetto all'altro, senza posa. Le ricordo bene, e adesso ricordo chiaramente anche il nostro primo incontro.
    Io avevo l'età che ora hai tu, anzi, un anno in meno. Facevo ventidue anni proprio quel giorno, ed ero andata a festeggiare il compleanno con gli amici in un locale squallido e imbottito di musica scadente, che le casse sparavano fuori a volume troppo alto, senza pietà.
    Mi ero rifugiata nel bagno per fumare una paglia, grata che il rimbombo assordante della disco-dance si fermasse sulla soglia della porta in acciaio della toilette, come uno spirito maligno davanti al portone di una chiesa.
    Addossata al muro e ad occhi chiusi, aspiravo lunghe boccate di tabacco, probabilmente interrogandomi su cosa ordinare al bar per dissetarmi un po'. Quando riaprii gli occhi tu eri lì, proprio di fronte a me. Saltellavi da un piede all'altro, torturandoti le dita fino ad imporporarti le nocche, e mi guardavi come se fossi sul punto di dire qualcosa.
    Non me ne domandai mai il motivo ma, pur vedendoti in imbarazzo, quella sera andai contro le mie abitudini e non volli aiutarti. Ricordo solo che alla fine ti facesti coraggio e fosti tu a rompere il silenzio, non ricordo bene come, probabilmente chiedendomi una sigaretta.
    Quello che invece ricordo perfettamente è che, neanche cinque minuti dopo, mi parlavi nel tuo modo confuso e discontinuo, un costante su-e-giù di toni e afonie improvvise, note acute e veloci alternate a parole lente e piene, e di nuovo pieni e vuoti e pause e silenzi e mancati suoni.
    Capire il tuo linguaggio richiedeva davvero un considerevole sforzo da parte mia, cercavo di seguire la scala delle tue corde vocali agganciandomi alle note chiare e sforzandomi di riempire gli spazi in cui diventava respiro.
    Ma i tuoi racconti valevano bene i miei sforzi. Dieci minuti e mi sembrava di conoscerti da sempre. Quindici, e volevo strapparti alla tua vita, rapirti, portarti via dal tuo ragazzo che ti picchiava e ti chiamava "racchia", dal tuo analista muto, da tuo padre che ti aveva trasmesso nel sangue il suo male di vivere. Venti minuti, ed ero io ad essermi persa. Inchiodata ai tuoi occhi sognanti, dentro i quali percepivo l'irresistibile richiamo di un mondo nero e pericoloso, irretita dal tuo fascino strano, precario, instabile.
    Mentre parlavi, ero pienamente cosciente del fatto che mai avrei dovuto lasciarmi coinvolgere da una persona come te, coi tuoi problemi, con la tua personalità a brandelli; eppure la tua bellezza, la tua voce così particolare, il tuo sguardo chiaro, nel quale si allargavano neri i pozzi delle pupille, la curva aristocratica e dolente delle sopracciglia, mi avevano già vinta.
    Mi confidasti che ti piaceva molto dipingere, e che spesso i soggetti dei tuoi quadri erano cimiteri e angeli neri, non perché ti piacesse la morte, ma perché li sentivi come luoghi e abitanti del tuo mondo interno. Sapevi che stavi sbagliando tutto, dicevi, ma qualcosa ti spingeva irrimediabilmente verso l'autodistruzione. Scusami, dicevi, sto parlando troppo, sto parlando di cose brutte, non voglio incupirti.
    «E' strano come mi senta a mio agio con te. Sento una luce forte e calda che viene da te. Sento che di te mi posso fidare.» Le tue mani si muovevano, volavano veloci al tuo mento, ai tuoi capelli, tentavano di atterrare sulle mie, ma si posavano appena, come passeri incerti che sfiorassero un ramo solo per riprendere il volo.
    Ti potevi fidare di me? In quel momento avrei giurato di sì. Sarei stata pronta a combattere, a scacciare via la tentazione delle tenebre, a salvarti dalla tua anima in cancrena che stava divorando la vita dei tuoi anni più teneri.
    E poi di nuovo il contatto anfibio delle tue mani morbide e fredde, le tue dita che giocavano coi miei anelli d'acciaio, coi miei bracciali di gomma, ed io che non sapevo che dire, che restavo immobile come fossi stata di sale, con la mente a mille, che vorticava incessantemente, senza trovare sbocchi su un gesto qualsiasi.
    "Voglio solo baciarti, baciarti e farti stare bene. Voglio portarti via da quell'idiota del tuo ragazzo e dallo schifo che ti sta uccidendo. Vieni con me." Te lo avrei detto, lo avrei fatto davvero, se fossi stata in grado di parlare.
    E ti avrei mentito, perché non sarei riuscita mai a portarti via da te stessa. Non avrei potuto salvarti, allora: nessuno avrebbe potuto farlo al tuo posto. Nessuno può salvare nessuno, ma in qualche modo tu ce l'hai fatta, vero? Ti sei salvata cinque anni fa, puoi continuare a farlo con me al tuo fianco, se vuoi.
    Cazzo, Sara T., richiamami!
    Richiamami.

    sabato 18 aprile 2015

    LEI

    Lei.
    Soltanto un pronome che individua una terza persona singolare e femminile, e perciò estensibile ed applicabile a tutte le donne del pianeta, di qualunque aspetto, età, estrazione sociale, credo religioso, abitudini alimentari, sessuali, eccetera. 
    Se potessi uscire dalla scatola dei miei pensieri, se i miei occhi potessero guardare se stessi direttamente, senza filtri, potrei sostituirlo anche al mio nome, pensarmi anche io come una delle tante "Lei", anziché rimanere confinata nel territorio dell'Io e del Me. Potrei riuscire a oggettivarmi, colmando così quel divario che la mia immaginazione ha costruito tra Me e Lei. Perché per me "Lei"- questa mini-parola dall'unica consonante dolce, dalle vocali tenere e dal suono soave, queste tre lettere che suggeriscono pelli seriche, labbra arrendevoli e inebrianti fragranze - si riferisce a una persona soltanto. E mi scotta le labbra, se la dico, e mi brucia la mente, se la penso. Invece, quando le pronunci tu, quelle tre lettere innocue si incendiano all'istante, prendono vita come un mantra stregato. Onde di suono, vibrazioni acustiche che, prodotte dalle tue corde vocali, escono dalla tua bocca, stordiscono i miei timpani e vanno a conficcarmisi dentro come chiodi roventi.
    Lei: è così che la chiamo quando, per qualche perverso meccanismo, la evoco dai recessi della memoria. Proprio io che, di Lei, non possiedo alcun ricordo "mio", ma soltanto informazioni che, incalzata dalla gelosia, sono riuscita a strapparti. Naturalmente conosco il suo nome: l'ho sezionato, scomposto, assaggiato, annusato, toccato, gustato, accarezzato, plasmato, assaporato, riassemblato e scomposto, ancora e ancora. Il suo nome è la formula magica che ti ha stregato, tanti anni fa, l'incantesimo che ti ha tenuto prigioniero così a lungo, e che ora – poiché ti amo – ha gettato il suo potente maleficio anche su di me. Il suo nome non mi piace, ma tu lo trovi affascinante (lo so, anche se tu continui a negarlo) e, di riflesso, non vi è al mondo un nome che mi piacerebbe portare più del suo. Ricordarlo, imbattermi nelle sue lettere rozze quando leggo un libro o una rivista, fa male, troppo. Preferisco dimenticarmi che esiste, che centinaia di madri continueranno a battezzare così le loro figlie, e che altrettanti ragazzi si addormenteranno pronunciandolo, come un bacio della buonanotte strappato alle loro innamorate. Preferisco nasconderlo, sostituirlo con il corto pronome che vorrebbe toglierle il potere della sua unicità, e che invece finisce inevitabilmente col ricondurmi al suo cospetto, quasi fosse una dea, una divinità inaccessibile e, per questo, invincibile.
    Non sono gelosa, e neanche possessiva. So che mi ami, e non temo il confronto con le donne che popolano la tua vita. Non mi do pensiero nemmeno di quelle che ti corrono dietro. Non le temo, e non perché mi senta superiore a loro, ma perché credo nel nostro amore. Se anche finissi tra le braccia di un'altra, questo non modificherebbe quello che senti per me, né quello che io sento per te. Potrei prendermi la stessa libertà che (segretamente) ti accordo, non fosse che – amando un'altra persona al posto tuo – tradirei me stessa, e non te. Questi discorsi non li capiresti mai, tu che sei un uomo tutto d'un pezzo, tu che non vuoi vedere altro che il bianco e il nero. E io non tento nemmeno di forzare i tuoi occhi quaggiù, non serve.
    Non sono gelosa del tuo presente né del tuo futuro, amore mio, ma del tuo passato, di quello sì. Là io non posso entrare, quella è una parte di te che io non potrò mai conoscere, per quanto tu me ne possa parlare. Gli anni che hai speso inconsapevole di me, della mia esistenza, gli anni che hai riempito di altre storie, di altre donne... e soprattutto di Lei.
    Un giorno mi hai chiesto di prendere il tuo portafoglio dallo zaino e di pagare le bibite che tenevi in mano, ed è lì che l'ho conosciuta, se così si può dire.
    Un quadratino di foto che avevi fatto plastificare per proteggerlo dall'usura del tempo, un cielo e un mare turchesi e due ragazzini abbracciati stretti sulla spiaggia. Sul retro ingiallito, formulato in una grafia immatura e femminile, il più potente degli incantesimi: i vostri nomi, uniti dalla semplice congiunzione "e", e resi immortali da un "per sempre".
    Prima ancora di provare gelosia, mi sono persa nella tenerezza del tuo volto imberbe, nella grazia quasi femminea dei tuoi lineamenti acerbi. Ho ammirato il tuo corpo armonioso, i muscoli teneri che un giorno sarebbero esplosi sotto la tua pelle non più sottile, la prima scintilla di malizia che accese i tuoi occhi, e che conservi ancora nel tuo sguardo fanciullesco. Ho amato quasi come una madre l'aria goffa che contraddistingueva il te adolescente, quella naturale vergogna di abitare un corpo che si trasforma di giorno in giorno, che cambia odori e forme e scopre in sè nuovi appetiti, nuove possibilità, forze nuove che deve imparare ad utilizzare.
    Avrei voluto esserci. Avrei voluto conoscere le tue debolezze di allora, leggere i tuoi pensieri, farti scoprire la tua bellezza di giovane ghepardo, in modo che non avessi a dubitarne mai. Ma all'epoca di quella foto, anche io stavo costruendo me stessa sul binario che scorreva parallelo al tuo, e che solo molti chilometri dopo ci avrebbe, finalmente, fatto incontrare. Invece, accanto a te c'era Lei.
    Lei, con le sue gambe lunghe e magre, e le ginocchia scure per le molte cadute prese nel tempo dei giochi, ancora recente. I capelli bagnati tirati indietro, a scoprire una fronte ampia, gravida di idee geniali, e grandi occhi da vecchia zingara. E poi un seno ancora verde, perso nei triangoli di costume che dovevano servire più a farla sentire donna che a coprire gli attributi di questa condizione. Un seno che, tuttavia, certamente bastava a turbare i tuoi desideri nuovi.
    Intuisco il tuo amore in boccio, il primo amore, quello che non ti lascia più andare via, mai più, per quante persone potrai mai amare in seguito. Lo indovino dalla timida ma fiera stretta del tuo abbraccio, riesco a vivere la tua verginità attraverso quella vecchia foto che conservi ancora, che porti sempre con te. Poi, in un balzo di coscienza, in uno strappo nel tessuto spaziotemporale, divento... Lei.
    Divento lei, che scappa dalla tenda dei genitori per raggiungerti sulla spiaggia. Che si spoglia ridendo, fiera del suo corpo così piccolo e così pallido, fresco come latte sotto la luce della luna. I tuoi occhi scintillano di paura e desiderio. Ti vedo, non riesci a muovere un passo! Resti lì, seduto sulla spiaggia a torturarti un angolo del costume, incapace di smettere di fissarla a bocca aperta. Sei così... tremendamente dolce, e bello, bellissimo, e così inconsapevole della tua bellezza, che i miei occhi adulti ti guardano commossi. Quanta strada, quante braccia, quante gambe e labbra e capelli sono trascorsi, tra quel ragazzino impacciato e l'uomo sicuro di sé che sei oggi? Io vi amo entrambi...
    Ma lui, il ragazzino goffo seduto sulla spiaggia, non mi conoscerà mai. Non mi guarderà mai in quel modo, non tremerà mai accarezzando il mio corpo, perché ha perso la capacità di sorprendersi, perché il sesso e il corpo di una donna per lui non hanno più misteri. Per quanto io (o chiunque altra) possa essere bella o unica, o speciale (questa parola che piace tanto agli innamorati...) non potrò mai sorprendere il suo primo sospiro, il suo primo gemito di piacere, né il suo primo sguardo, colmo di amore e gratitudine. Quel ragazzino, le sue reazioni, le sue emozioni, il risveglio del suo corpo, appartengono soltanto a Lei, alla Dea che non oso nominare, la Divinità al cui confronto ogni altra donna impallidisce, l'unica che - avendo acceso il tuo amore per prima – ed essendosene andata via, suppongo, ti avrà per sempre.

    Gli anni non la scalfiranno, non appesantiranno il suo corpo, non imbiancheranno i suoi capelli, non spegneranno la sua voglia di ridere, la sua voglia di mangiarsi la vita e l'amore, e il mare, e il cielo turchese. Il tempo non scioglierà mai il vostro abbraccio.

    martedì 7 aprile 2015

    DELLA CIVILTA', DEL SESSO E DELL'AMORE

    Buffo... a pensarci bene è così. La civiltà occidentale, per quanto sembri condannare il sesso al di fuori del sacro vincolo matrimoniale, in realtà lo tollera, tacitamente lo ammette e forse, in un certo grado, lo approva anche. Non lo teme, non ha paura di uno scambio animale tra persone adulte e consenzienti. Se un marito devoto alla moglie si concede un'oretta ogni tanto con una prostituta, che cosa vuoi che sia. Se una moglie annoiata, per una volta, cede alla corte di un collega sotto la spinta degli ormoni, può anche andare bene. Purché finisca lì, in uno stanzino buio, con i cartoni impolverati contro la porta malchiusa. Purché, dopo, ognuno riprenda la propria ragionevolissima strada.
    Persino il sesso omosessuale, visto in quest'ottica, non fa così paura: "Ne avevo voglia, lui era lì... e via, è successo. Ma a me piacciono le donne, sono un uomo, io!".
    La civiltà non teme il sesso, e del resto non avrebbe motivo di averne paura, perché - preso da solo - davvero non significa niente. Non modifica niente, non mette in pericolo le nostre strutture. Puoi fare sesso con una persona sola e non farlo mai con lei, oppure puoi non farlo mai con lei, eppure farlo sempre e soltanto con quella persona.
    Il potere di sovvertire le regole ce l'ha solo l'amore. E' lui il vero nemico da combattere, quello da cui guardarsi bene, quello da cui difendersi e difendere il nostro mondo. Possiamo predicare la bellezza, la purezza di questo nobile sentimento, il più nobile di tutti, quello che ci dà forza e ci spinge a migliorare, ad evolvere, ad entrare nella dimensione animica. E' l'amore che ti fa vedere le cose per come sono veramente, senza bisogno degli occhi. Non è magia, non è una spiccata sensibilità, o meglio: non sono doti tue, sono veri e propri superpoteri che ti presta l'amore. Vedere ad occhi chiusi, conoscere senza esperire, sentire senza ascoltare, sapere senza imparare.
    Fantastico, sì, ma anche terribile. Perché una volta che hai sollevato il velo sulla Verità, non puoi più vivere nella finzione, mentre al mondo serve che noi continuiamo a dormire, a migliorare i nostri profitti sul lavoro, sotto il miraggio di più denaro, più agi, più comodità. Più libertà: "Se avessi tanti soldi, potrei non lavorare più, ed essere libero". E per farlo mi massacro di lavoro adesso, resto schiavo del sistema, sono contento di accumulare beni e ricchezze, in cambio del mio tempo, che non tornerà più.
    Abbiamo bisogno della civiltà, e abbiamo bisogno di amore. Abbiamo bisogno di darci regole, e anche di romperle. Abbiamo bisogno di dormire per sopportare la ripetitiva monotonia dell'esistenza ordinaria, ma abbiamo anche bisogno di risvegliarci per non perdere il senso della nostra vita.
    Nelle mie parole non c'è giudizio, non so dire cosa sia meglio, cosa sia peggio, anche perché lo scopo dell'amore - il nemico numero uno della civiltà - è farsi a sua volta istituzione, struttura, regola.
    E' un circolo vizioso, insomma. Ci sono concessi solo brevi tratti di risveglio nel corso della nostra vita, brevi momenti in cui riusciamo a sollevare il velo, poi... si torna a sonnecchiare, a sopportare il lavoro e i vicini chiassosi e il vuoto che dilaga. E l'ignoranza che ci circonda, e che avvertiamo come una ferita, qualcosa che brucia e che in parte invidiamo. Beata ignoranza!, si dice, non a caso.
    Davvero, le mie parole non sono condanna né assoluzione, né predica né condiscendenza, e non potrebbe essere altrimenti. Nessuno che faccia parte di questo mondo potrebbe mai esprimere un giudizio onesto. La mia è soltanto una pallida fotografia dell'umana condizione.

    domenica 29 marzo 2015

    L'ASSENZA

    Te ne sei andato da un'ora, anche stavolta con i capelli ancora umidi e la giacca aperta a sfidare i denti aguzzi dell'inverno, impaziente come sei di bruciare vita ed emozioni.

    «Asciugati bene, copriti!», ti ripeto, ma tu non mi ascolti mai, e in fondo ho quasi smesso di preoccuparmi per te: lo so che sei forte, che sai badare a te stesso.

    Ti avvicini al mio letto, mi stringi forte, fortissimo, ogni volta come se non dovessimo vederci mai più, e quello è l'unico momento in cui sembri dimenticare la tua fretta. Lotti con me per strapparmi un ultimo bacio al sapore del mio collutorio, mentre io ti sento ancora sulle labbra e sulla bocca, e vorrei trattenerti lì ancora per un po'.

    «Per l'amor di Dio, vai!» ti ordino ridendo, e ti scaccio con un calcio inoffensivo. In realtà non vedo l'ora che tu te ne vada, non perché non ami la tua compagnia, ma perché amo altrettanto la tua assenza.

    Quando la porta si chiude alle tue spalle, ecco...! Una parte di me lascia la mia stanza e fa un'altra esperienza del mondo. Tagli la notte con la tua moto, ed io sento l'aria fredda penetrare il tuo giubbino, insinuarsi sotto la protezione del casco e farci lacrimare gli occhi.
    Mi raggomitolo nelle lenzuola, cercando sulla stoffa un lembo del tuo odore. Non è facile trovarti. Quando facciamo l'amore non siamo più un uomo e una donna, Paolo e Francesca, tu ed io: diventiamo qualcos'altro, un'entità diversa e separata che davvero ha molto in comune con un semidio, un essere androgino ed ermafrodita ad un tempo, una luce bianca e accecante che è la somma di tutti i colori, dei nostri colori. Paolofrancesca, Francescapaolo. E' di questo semidio che profumano le coperte; non di me, né di te. Ma io non mi arrendo: sono sulle tue tracce. Mai come nella tua assenza ti sento così vicino, così dentro di me. Ti vado a stanare nei gesti che hai fatto, nelle parole che hai detto, e soprattutto in quelle che hai taciuto. I tuoi pensieri mi arrivano chiari sottopelle, sempre. Che tu sia qui accanto o a mille chilometri da me. Non serve che tu dica niente. Se ti ascolto parlare, è solo perché adoro il suono della tua voce. Fa vibrare delle corde segrete, nascoste nel mio ventre.
    Tendo il cuore fino al limite, come poco fa ho teso i muscoli del mio corpo, sotto la fontana del piacere che mi hai regalato. Gli orgasmi dell'anima scuotono molto più di quelli della carne, e non placano mai la sete.
    Poi il limite arriva, arriva sempre.
    Mi alzo, preparo un bagno caldo con i sali al sandalo. Mentre l'acqua riempie la vasca, telefono a Chiara e le dico che tra un'ora sarò al caffè vicino al Duomo. Stasera suona un gruppo che fa musica metal-rock: non proprio il mio genere, ma i miei amici lo adorano e sono curiosi di sapere che ne penso io.
    Mi lascio andare alla dolce temperatura dell'acqua e agli aromi del bagnoschiuma, mentre pregusto la serata che mi attende. L'affetto degli amici, le chiacchiere con loro, le risate condivise, le note nuove che scoprirò tra poco. Sorrido, pensando che ti regalerò tutto questo.
    Le esperienze che vivo ogni momento sono i miei doni per te.



    sabato 28 febbraio 2015

    ANALISI DI UN'ATTRAZIONE

    Lui la scruta, girandole intorno lentamente e senza posa, sotto la luce cruda della lampada. 
    Se potesse distogliere lo sguardo da lei, anche solo per un attimo, le sue pupille annegherebbero nelle acque nere della stanza. E' invece necessario rimanere concentrato sul pallore di quel corpo perfetto, che beve la luce come una spugna, gonfiandosi e deformandosi sotto lo specchio della lente. Com'è possibile, si ripete lui, preso in egual misura da meraviglia e sconforto.
    Fa caldo. Lui sente il sudore affiorare dai suoi pori aperti e inzuppargli la camicia. Fa così caldo, che senza dubbio lei non potrebbe rimanere vestita... Con quel cappotto, poi! Rosso, come la borsetta di marca e le scarpe basse, e come il filo di trucco che adombra la pelle morbida sotto le sue sopracciglia. Ma non ha importanza, perché lui non è ancora pronto a spogliarla.
    Pensa al tempo che ogni giorno lei dedica a vestirsi, il tempo che, se lei facesse parte della sua vita, lui sarebbe costretto a buttare in attesa che lei sia pronta. I lunghi minuti di indecisione davanti allo specchio, la scelta rigorosa di ogni capo, l'attenzione ossessiva ai colori che abbina, agli stili e agli accessori che decide di sfoggiare per consegnarsi al mondo, per esprimersi nel mondo. Forse, anche per difendersi dal mondo. I suoi abiti costosi, il bouquet fiorito che si raccoglie tutto nella piega del suo collo, le corazze che servono sia a sedurre, sia a tenere a distanza quelli come lui, che la vorrebbe invece nuda, sudata e spettinata contro il petto.
    E infatti lui non si lascia sedurre, mai; non perché non lo desideri, anzi, crede di non volere altro. Eppure le grazie delle donne, i loro capelli fermi, i loro baci cosmetici, le loro mani morbide e diafane, non hanno alcuna attrattiva per lui. Gli ricordano i cioccolatini prodotti in serie dalle industrie dolciarie, gustosi, incartati in confezioni dall'aspetto invitante e distribuiti in massa sugli scaffali di ogni supermercato, alla portata di tutti. Ecco: a quei dolci dozzinali, lui preferisce le palline di cacao e burro che faceva sua madre la domenica mattina.
    E allora, come mai lei è riuscita a penetrare la sua linea di confine? Perché le sue guardie severe l'hanno lasciata passare? 
    Si piega un po' su di lei. I suoi capelli, che odorano di arancio e cannella, sono acconciati secondo la moda del momento, dato questo che lui registra come un grave punto a sfavore, ritenendolo l'indice della mancanza di una personalità matura e saldamente strutturata. 
    Si aggrappa a questa informazione come farebbe un naufrago con l'ultima scialuppa disponibile, sollevato di scorgere quello che, dal suo deserto disseminato di mine, sembra essere il miraggio della prima e forse unica pecca di lei. 
    E' così, si dice lui, concentrandosi sulla linea morbida dei capelli e sul disordine - studiato in ogni dettaglio - delle ciocche che le incorniciano il volto. Non sa chi è, né chi vuole essere, e tu non puoi innamorarti di qualcuno che non ha la minima coscienza di sé. 
    Assapora speranzoso il gusto inebriante della libertà, il senso di potenza derivante dall'essere completamente padrone di se stesso e del proprio desiderio, senza la presenza di un fantasma a passeggiargli su e giù per le vie della mente 
    ...Eppure deve ammettere che quella pettinatura impersonale le dona proprio, esalta l'ovale del viso e regala ancora più luce ai suoi occhi, come se quelli già non splendessero abbastanza! Ogni volta lui sente quello sguardo incredibile indagarlo con placida curiosità, così diritto e sfrontato, fino a bruciargli i vestiti, le labbra, la pelle nei punti su cui indugia; mentre lui, divenuto codardo di fronte a quegli occhi, si impegna sempre moltissimo a evitarli. 
    Ma adesso lei è lì, nel fuoco freddo del suo pensiero, dove lui può scomporla ed esaminarla a suo piacimento, dove può addirittura immergere gli occhi nei suoi e lasciarli li a nuotare per tutto il tempo che vuole, senza timore di affondare. 
    Decide invece di fare uno, due passi indietro, la abbraccia tutta quanta, ricompone i suoi pezzi sparsi come farebbe coi tasselli di un mosaico, in un lento e preciso lavoro di attenzione e pazienza. Dal particolare all'insieme.
    Tutta la sua figura, i suoi colori, le proporzioni del suo corpo, rispondono all'armonia suprema del cosmo. La sua immagine è un'autentica gioia per gli occhi.
    Non c' è nessuna smania sessuale nel suo piacere, e nemmeno il tumulto di un' emozione. Non ancora. 
    Del resto non le ha ancora aperto il cranio né il petto per esaminarle cuore e cervello, di certo le sole parti anatomiche veramente responsabili della tenace avanzata di lei nelle sue lande oscure. A meno che, inconsapevolmente, lui non l'avesse in qualche modo guidata laggiù, nel luogo indifeso e palpitante da cui ora tenta di scacciarla. 
    Forse, durante uno dei loro incontri, tentando di spingere lo sguardo nelle sue acque paludose, ha dimenticato la prudenza e si è sporto un po' troppo dalla riva. 
    Magari le ha lasciato dentro un frammento del suo cristallo, che ora lei sfoggia con incosciente disinvoltura. Se fosse così, lui sarebbe salvo, libero dal pensiero ossessivo di lei. Teme però che, nello scambio, sia stata lei a regalargli qualcosa. Cos'è, infatti, questa nuova lucidità di pensiero, questa capacità, fino a ieri sconosciuta, di far tacere il suo cuore, di assoggettare il desiderio alla propria volontà, imbrigliandolo fino a quando anche la sua mente fosse stata pronta ad accoglierlo? 
    Devono essere sinapsi straniere, riflessi estranei che appartengono a lei e che lui ha assorbito, senza essere cosciente di volerlo. 
    Ma che parte ha avuto lei in questo processo di contaminazione animica? Sapeva che lo avrebbe reso schiavo dei suoi irritanti schemi mentali? Parlando con lui, prestandogli i suoi occhi miopi per guardare, sapeva che lo avrebbe modificato nel profondo? Che dopo di lei niente sarebbe più stato lo stesso? Che d'ora in poi, prima di esprimere la sua opinione su questo o su quello, lui si sarebbe inevitabilmente chiesto cosa ne avrebbe pensato lei?
    In tal caso, quanta cattiveria dovrebbe esserci in quel cuore freddo, incapace di trovare un degno oggetto d'amore negli altri, in quelli che non apprezzano Bach, che non conoscono i congiuntivi, che urlano e dicono parolacce in pubblico; in quelli che indossano a cuor leggero il rosso sul verde e il giallo sul viola, che ruminano le gomme da masticare a fauci aperte. Sì, la sua impeccabile invaditrice possiede di certo un cuore individualista e rigido, di quelli che finiscono per trovare insopportabile la presenza di un'altra persona accanto, coi suoi ritmi, le sue esigenze, le sue intollerabili mancanze, con i suoi limiti a ricordare penosamente quanto l'Uomo sia in ogni momento, comunque e sempre, distante da Dio.
    E' assetata di assoluto, la sua Elena, proprio come lui, e proprio come lui non troverà mai una risposta alle sue domande, l'esaudimento alla sua preghiera, sempre la stessa: non qualcuno che l'ami, giacché i pretendenti non le sono mai mancati, e lui non è forse fra questi? Ma qualcuno che lei sia in grado di amare, qualcuno per il quale sarebbe indifferentemente pronta sia a vivere - vivere davvero, finalmente!, - sia a morire.
    Come posso pensare una cosa simile?, si rimprovera subito, non la conosco abbastanza. Forse è innamorata di un altro, forse ha trovato in un'altra persona quello che io vedo soltanto in lei. O forse ha amato una sola volta, tanto tempo fa, e il suo cuore è chiuso da allora.
    La osserva ancora, senza pietà fa passare sotto la lente i nei, i segni dei sorrisi e delle delusioni che le increspano la pelle intorno agli occhi, sforzandosi disperatamente di non trovarli attraenti, ma per lui lo sono.
    La ascolta parlare, presta attenzione alla sua voce forte, al modo in cui arrotonda le erre e bacia le ci, alla cadenza provinciale del suo italiano. Non capisce, dovrebbe odiare la sua voce. Dovrebbe, vorrebbe trovarla irritante, invece gli piacerebbe ascoltare da lei un brano scelto del suo libro preferito, ma andrebbe benissimo anche la lista della spesa, purché lei continuasse a parlare, a lambirgli il cervello con il timbro riposante della sua voce.
    Adesso le sbottona piano il cappotto rosso, infila una mano bollente sotto l'elegante cardigan. Lei lo lascia fare, le sfugge appena un sospiro tra le labbra che morde.
    Lui si ferma di colpo.
    Allontana la lente, spegne la luce sulle sue imperfezioni che non sono riuscite a salvarlo dall'attrazione che sente per lei.
    Il chiarore grigiastro del mattino scava sul suo volto i solchi profondi delle molte notti insonni, passate a lottare contro di lei. La barba incolta gli luccica di sudore, ma lui non se ne cura. Non ha il tempo di radersi né di farsi una doccia, tanto meno di verificare se la sua camicia blu si intoni o meno ai pantaloni.
    Deve uscire, subito.
    Deve andare a cercarla.

    lunedì 26 gennaio 2015

    OCCHI E CIELI






    Se sapesse cosa mi fa il suo sguardo - quali incendi, 
    che tremori, e che violente tempeste scatena 
    nel mio petto - per pietà di certo abbasserebbe gli occhi. 
    Invece non sa, non può nemmeno immaginare...

    Ignora i miei tormenti, e i suoi occhi freddi 
    come il cielo d'Ottobre continuano a incendiarmi.

    NOTTE ALCHEMICA


    Le mie giornate iniziano quando il mondo dorme il suo sonno più profondo, nell'ora più tarda che taglia la notte in due.
    Ho imparato ad amare questo strano limbo, queste ore sospese fuori dal tempo come una bolla, come un'ampolla che raccoglie i sogni della gente, i sospiri degli amanti, e l'odore nudo dei corpi, il marchio segreto della pelle che il giorno si affannerà a coprire coi suoi scudi. Ho scoperto che, in quest'ora bizzarra, si perdono i confini... 
    Sotto gli algidi raggi lunari mi faccio vento che spazza il cielo e le strade, aria nuova che disperde le nubi e calcia i sassi lontano. 
    Sono un fiume che spezza le dighe e le catene, pioggia fresca che abbraccia il tuo corpo. Sono l'onda che ti tira giù e l'acqua salata che sostiene il tuo peso. In un momento sono lì, sul tuo respiro che sfiora il cuscino.
    Ti accendo un bacio sulle labbra, rosse candele che la mia bocca scioglie. Mi bruci sulla pelle, sono cera fusa sotto le tue mani, lava incandescente che corre giù dai tuoi fianchi, e tu mi cambi forma, con le tue dita mi modelli sulla mia immagine migliore. Ti direi non chiudere gli occhi, tienili ancora dentro ai miei, continuiamo a correre insieme!...
    Ma l'ombra tremula ormai scolora, e sui prati bagnati la nebbia già danza intorno al primo raggio di sole.