sabato 18 aprile 2015

LEI

Lei.
Soltanto un pronome che individua una terza persona singolare e femminile, e perciò estensibile ed applicabile a tutte le donne del pianeta, di qualunque aspetto, età, estrazione sociale, credo religioso, abitudini alimentari, sessuali, eccetera. 
Se potessi uscire dalla scatola dei miei pensieri, se i miei occhi potessero guardare se stessi direttamente, senza filtri, potrei sostituirlo anche al mio nome, pensarmi anche io come una delle tante "Lei", anziché rimanere confinata nel territorio dell'Io e del Me. Potrei riuscire a oggettivarmi, colmando così quel divario che la mia immaginazione ha costruito tra Me e Lei. Perché per me "Lei"- questa mini-parola dall'unica consonante dolce, dalle vocali tenere e dal suono soave, queste tre lettere che suggeriscono pelli seriche, labbra arrendevoli e inebrianti fragranze - si riferisce a una persona soltanto. E mi scotta le labbra, se la dico, e mi brucia la mente, se la penso. Invece, quando le pronunci tu, quelle tre lettere innocue si incendiano all'istante, prendono vita come un mantra stregato. Onde di suono, vibrazioni acustiche che, prodotte dalle tue corde vocali, escono dalla tua bocca, stordiscono i miei timpani e vanno a conficcarmisi dentro come chiodi roventi.
Lei: è così che la chiamo quando, per qualche perverso meccanismo, la evoco dai recessi della memoria. Proprio io che, di Lei, non possiedo alcun ricordo "mio", ma soltanto informazioni che, incalzata dalla gelosia, sono riuscita a strapparti. Naturalmente conosco il suo nome: l'ho sezionato, scomposto, assaggiato, annusato, toccato, gustato, accarezzato, plasmato, assaporato, riassemblato e scomposto, ancora e ancora. Il suo nome è la formula magica che ti ha stregato, tanti anni fa, l'incantesimo che ti ha tenuto prigioniero così a lungo, e che ora – poiché ti amo – ha gettato il suo potente maleficio anche su di me. Il suo nome non mi piace, ma tu lo trovi affascinante (lo so, anche se tu continui a negarlo) e, di riflesso, non vi è al mondo un nome che mi piacerebbe portare più del suo. Ricordarlo, imbattermi nelle sue lettere rozze quando leggo un libro o una rivista, fa male, troppo. Preferisco dimenticarmi che esiste, che centinaia di madri continueranno a battezzare così le loro figlie, e che altrettanti ragazzi si addormenteranno pronunciandolo, come un bacio della buonanotte strappato alle loro innamorate. Preferisco nasconderlo, sostituirlo con il corto pronome che vorrebbe toglierle il potere della sua unicità, e che invece finisce inevitabilmente col ricondurmi al suo cospetto, quasi fosse una dea, una divinità inaccessibile e, per questo, invincibile.
Non sono gelosa, e neanche possessiva. So che mi ami, e non temo il confronto con le donne che popolano la tua vita. Non mi do pensiero nemmeno di quelle che ti corrono dietro. Non le temo, e non perché mi senta superiore a loro, ma perché credo nel nostro amore. Se anche finissi tra le braccia di un'altra, questo non modificherebbe quello che senti per me, né quello che io sento per te. Potrei prendermi la stessa libertà che (segretamente) ti accordo, non fosse che – amando un'altra persona al posto tuo – tradirei me stessa, e non te. Questi discorsi non li capiresti mai, tu che sei un uomo tutto d'un pezzo, tu che non vuoi vedere altro che il bianco e il nero. E io non tento nemmeno di forzare i tuoi occhi quaggiù, non serve.
Non sono gelosa del tuo presente né del tuo futuro, amore mio, ma del tuo passato, di quello sì. Là io non posso entrare, quella è una parte di te che io non potrò mai conoscere, per quanto tu me ne possa parlare. Gli anni che hai speso inconsapevole di me, della mia esistenza, gli anni che hai riempito di altre storie, di altre donne... e soprattutto di Lei.
Un giorno mi hai chiesto di prendere il tuo portafoglio dallo zaino e di pagare le bibite che tenevi in mano, ed è lì che l'ho conosciuta, se così si può dire.
Un quadratino di foto che avevi fatto plastificare per proteggerlo dall'usura del tempo, un cielo e un mare turchesi e due ragazzini abbracciati stretti sulla spiaggia. Sul retro ingiallito, formulato in una grafia immatura e femminile, il più potente degli incantesimi: i vostri nomi, uniti dalla semplice congiunzione "e", e resi immortali da un "per sempre".
Prima ancora di provare gelosia, mi sono persa nella tenerezza del tuo volto imberbe, nella grazia quasi femminea dei tuoi lineamenti acerbi. Ho ammirato il tuo corpo armonioso, i muscoli teneri che un giorno sarebbero esplosi sotto la tua pelle non più sottile, la prima scintilla di malizia che accese i tuoi occhi, e che conservi ancora nel tuo sguardo fanciullesco. Ho amato quasi come una madre l'aria goffa che contraddistingueva il te adolescente, quella naturale vergogna di abitare un corpo che si trasforma di giorno in giorno, che cambia odori e forme e scopre in sè nuovi appetiti, nuove possibilità, forze nuove che deve imparare ad utilizzare.
Avrei voluto esserci. Avrei voluto conoscere le tue debolezze di allora, leggere i tuoi pensieri, farti scoprire la tua bellezza di giovane ghepardo, in modo che non avessi a dubitarne mai. Ma all'epoca di quella foto, anche io stavo costruendo me stessa sul binario che scorreva parallelo al tuo, e che solo molti chilometri dopo ci avrebbe, finalmente, fatto incontrare. Invece, accanto a te c'era Lei.
Lei, con le sue gambe lunghe e magre, e le ginocchia scure per le molte cadute prese nel tempo dei giochi, ancora recente. I capelli bagnati tirati indietro, a scoprire una fronte ampia, gravida di idee geniali, e grandi occhi da vecchia zingara. E poi un seno ancora verde, perso nei triangoli di costume che dovevano servire più a farla sentire donna che a coprire gli attributi di questa condizione. Un seno che, tuttavia, certamente bastava a turbare i tuoi desideri nuovi.
Intuisco il tuo amore in boccio, il primo amore, quello che non ti lascia più andare via, mai più, per quante persone potrai mai amare in seguito. Lo indovino dalla timida ma fiera stretta del tuo abbraccio, riesco a vivere la tua verginità attraverso quella vecchia foto che conservi ancora, che porti sempre con te. Poi, in un balzo di coscienza, in uno strappo nel tessuto spaziotemporale, divento... Lei.
Divento lei, che scappa dalla tenda dei genitori per raggiungerti sulla spiaggia. Che si spoglia ridendo, fiera del suo corpo così piccolo e così pallido, fresco come latte sotto la luce della luna. I tuoi occhi scintillano di paura e desiderio. Ti vedo, non riesci a muovere un passo! Resti lì, seduto sulla spiaggia a torturarti un angolo del costume, incapace di smettere di fissarla a bocca aperta. Sei così... tremendamente dolce, e bello, bellissimo, e così inconsapevole della tua bellezza, che i miei occhi adulti ti guardano commossi. Quanta strada, quante braccia, quante gambe e labbra e capelli sono trascorsi, tra quel ragazzino impacciato e l'uomo sicuro di sé che sei oggi? Io vi amo entrambi...
Ma lui, il ragazzino goffo seduto sulla spiaggia, non mi conoscerà mai. Non mi guarderà mai in quel modo, non tremerà mai accarezzando il mio corpo, perché ha perso la capacità di sorprendersi, perché il sesso e il corpo di una donna per lui non hanno più misteri. Per quanto io (o chiunque altra) possa essere bella o unica, o speciale (questa parola che piace tanto agli innamorati...) non potrò mai sorprendere il suo primo sospiro, il suo primo gemito di piacere, né il suo primo sguardo, colmo di amore e gratitudine. Quel ragazzino, le sue reazioni, le sue emozioni, il risveglio del suo corpo, appartengono soltanto a Lei, alla Dea che non oso nominare, la Divinità al cui confronto ogni altra donna impallidisce, l'unica che - avendo acceso il tuo amore per prima – ed essendosene andata via, suppongo, ti avrà per sempre.

Gli anni non la scalfiranno, non appesantiranno il suo corpo, non imbiancheranno i suoi capelli, non spegneranno la sua voglia di ridere, la sua voglia di mangiarsi la vita e l'amore, e il mare, e il cielo turchese. Il tempo non scioglierà mai il vostro abbraccio.

martedì 7 aprile 2015

DELLA CIVILTA', DEL SESSO E DELL'AMORE

Buffo... a pensarci bene è così. La civiltà occidentale, per quanto sembri condannare il sesso al di fuori del sacro vincolo matrimoniale, in realtà lo tollera, tacitamente lo ammette e forse, in un certo grado, lo approva anche. Non lo teme, non ha paura di uno scambio animale tra persone adulte e consenzienti. Se un marito devoto alla moglie si concede un'oretta ogni tanto con una prostituta, che cosa vuoi che sia. Se una moglie annoiata, per una volta, cede alla corte di un collega sotto la spinta degli ormoni, può anche andare bene. Purché finisca lì, in uno stanzino buio, con i cartoni impolverati contro la porta malchiusa. Purché, dopo, ognuno riprenda la propria ragionevolissima strada.
Persino il sesso omosessuale, visto in quest'ottica, non fa così paura: "Ne avevo voglia, lui era lì... e via, è successo. Ma a me piacciono le donne, sono un uomo, io!".
La civiltà non teme il sesso, e del resto non avrebbe motivo di averne paura, perché - preso da solo - davvero non significa niente. Non modifica niente, non mette in pericolo le nostre strutture. Puoi fare sesso con una persona sola e non farlo mai con lei, oppure puoi non farlo mai con lei, eppure farlo sempre e soltanto con quella persona.
Il potere di sovvertire le regole ce l'ha solo l'amore. E' lui il vero nemico da combattere, quello da cui guardarsi bene, quello da cui difendersi e difendere il nostro mondo. Possiamo predicare la bellezza, la purezza di questo nobile sentimento, il più nobile di tutti, quello che ci dà forza e ci spinge a migliorare, ad evolvere, ad entrare nella dimensione animica. E' l'amore che ti fa vedere le cose per come sono veramente, senza bisogno degli occhi. Non è magia, non è una spiccata sensibilità, o meglio: non sono doti tue, sono veri e propri superpoteri che ti presta l'amore. Vedere ad occhi chiusi, conoscere senza esperire, sentire senza ascoltare, sapere senza imparare.
Fantastico, sì, ma anche terribile. Perché una volta che hai sollevato il velo sulla Verità, non puoi più vivere nella finzione, mentre al mondo serve che noi continuiamo a dormire, a migliorare i nostri profitti sul lavoro, sotto il miraggio di più denaro, più agi, più comodità. Più libertà: "Se avessi tanti soldi, potrei non lavorare più, ed essere libero". E per farlo mi massacro di lavoro adesso, resto schiavo del sistema, sono contento di accumulare beni e ricchezze, in cambio del mio tempo, che non tornerà più.
Abbiamo bisogno della civiltà, e abbiamo bisogno di amore. Abbiamo bisogno di darci regole, e anche di romperle. Abbiamo bisogno di dormire per sopportare la ripetitiva monotonia dell'esistenza ordinaria, ma abbiamo anche bisogno di risvegliarci per non perdere il senso della nostra vita.
Nelle mie parole non c'è giudizio, non so dire cosa sia meglio, cosa sia peggio, anche perché lo scopo dell'amore - il nemico numero uno della civiltà - è farsi a sua volta istituzione, struttura, regola.
E' un circolo vizioso, insomma. Ci sono concessi solo brevi tratti di risveglio nel corso della nostra vita, brevi momenti in cui riusciamo a sollevare il velo, poi... si torna a sonnecchiare, a sopportare il lavoro e i vicini chiassosi e il vuoto che dilaga. E l'ignoranza che ci circonda, e che avvertiamo come una ferita, qualcosa che brucia e che in parte invidiamo. Beata ignoranza!, si dice, non a caso.
Davvero, le mie parole non sono condanna né assoluzione, né predica né condiscendenza, e non potrebbe essere altrimenti. Nessuno che faccia parte di questo mondo potrebbe mai esprimere un giudizio onesto. La mia è soltanto una pallida fotografia dell'umana condizione.