domenica 28 giugno 2015

FROM MY DIARY... JULY 2008

28/07/08

Letto. Buio. Caldo. Finestra aperta. Grida di ragazzini in vacanza. Rombo di un motore. Silenzio. Carezza di una leggerissima brezza notturna. Arti intorpiditi. Onde alfa... arrivano le adorate onde alfa... se mi abbandono completamente, in pochi minuti alle onde alfa si sostituiranno le onde delta e mi addormenterò dolcemente.
Sensazione di cadere nel vuoto. Tachicardia. Merda...! Addio onde alfa, sono sveglia, mi alzo e scrivo.
Migliorato un po' l'umore.
Dalla metà di giugno il tempo si è sistemato e le ferie sono state ricche di eventi fisici e anche spirituali.
Parlo, naturalmente, di Fiorella Mannoia come "psicoterapeuta" alternativo, e dell'ascolto della sua musica come nuovo esercizio purificatore del mio sentire. ...E nelle notti di maggio non puo bastare l'eco di una canzone per lasciarsi andare...La sento molto, troppo vicina a me, al mio modo di essere e di sentire.
Per questo l'ascolto delle sue canzoni mi funge da seduta psicanalitica che porta fuori emozioni nascoste nel profondo e dimenticate.
Stare ore ad ascoltarla, fissando le palpebre chiuse e aprire gli occhi sull'interno di me, sui miei cieli azzurri e oro.

Frattanto aleggiano ancora vecchie lenzuola nell'aria, il loro profumo sa di antico ma forse per questo mi piace, e comunque le finestre si aprono subito sui prati fioriti del presente.

La pochezza del mondo, la sua povertà mi spaventano sempre, ma forse adesso un po' meno. Sarà vero che conta più avere che essere, sarà vero che nessuno vuole la realtà, l'essenza delle cose e delle persone. Solo all'amore, solo ad un vero amante interessa sollevare il velo. E anche a chi è maniacalmente curioso dell'essere, come lo sono io....

Ma proprio per questo adesso la cosa mi terrorizza meno: è così per tutti!Tutti quanti escono, stampano baci su guance sudate: "Ehi, vecchio!" di quà, "Ciao, bella!" di là... eppure alla fine tutti quanti si portano addosso sempre questa pesante maschera che è il sorriso-per-forza, passaporto unico ed imprescindibile del successo.

A me non frega una cippa dei vostri sorrisi-per-forza.
Non me ne frega di parlare del tempo come gli inglesi. Se vi chiedo come state, ve lo sto chiedendo davvero, non per una stupida forma di cortesia, e mi aspetto che mi rispondiate sinceramente, o che mi diciate piuttosto che preferite cambiare argomento.
Se io vi chiedo come state, probabilmente è solo un modo non troppo invasivo per sapere altre cose di voi.
Voglio sapere cosa sognate, a cosa pensate prima di chiudere gli occhi.
Voglio sapere cosa vi turba, cos'è che vi toglie il sonno e che cosa invece vi fa alzare al mattino, ogni giorno. Voglio sapere quante volte vi siete innamorati, che è diverso dal domandare quanti compagni avete avuto. Voglio sapere quali sono i primi tre veri desideri che esprimereste, se trovaste la lampada di Alladino, e non vorrei sentire parlare di soldi o case o auto nuove.

No, non è che mi voglia impicciare degli affari vostri...di certo non sono un'amante del gossip e mi fanno orrore i pettegoli.
Voglio solo sapere come funzionate, perchè credo ancora che uno dei viaggi più belli da fare in assoluto, sia quello nell'anima delle persone. Almeno, in quella di chi, contrariamente alla maggioranza dei casi, vive in uno spazio 3D.

Come Te, ad esempio, anche se hai scelto (consapevolmente) di metter su casa in un tranquillo piano bidimensionale, un luogo privo di insidie e incertezze, dove una cosa costituita da un tronco di legno e da una chioma frondosa e verde assomiglia a un albero e quindi è senza alcun dubbio un albero. Non posso darti torto, e del resto non è mia intenzione giudicare quale delle due categorie sia la più interessante e comoda.
Di certo, quando e se vorrai, potrai sempre farti una vacanza di là, dove i colori sono molto più intensi ed era bello starli a guardare insieme. Camminarci da sola, senza la tua voce a rispondere alla mia, non è la stessa cosa, sai.

Quello che voglio dire è che ho sempre la strana impressione che per poter guardare dentro di me e dare un senso a quello che vedo, devo prima consegnare le informazioni a Te.

Ora, se fossimo dei robot, potrei dire che soltanto il tuo HardDisk interno riesce a trasformare in una immagine ad alta risoluzione le mie informazioni confuse. Senza il tuo sguardo a fissare le cose, i miei pensieri sembrano vorticare a vuoto e perdersi irrimediabilmente.

    mercoledì 24 giugno 2015

    SUL BISOGNO DI ESSERE VISTI

    Tutti abbiamo un profondo, disperato bisogno di essere "visti", capiti, compresi veramente.
    Tutti noi, uomini e donne, attendiamo l'arrivo di una coraggiosa principessa o di un impavido eroe che, animato soltanto dal desiderio di scoprire i nostri tesori nascosti, non abbia paura di abbattere i muri di diffidenza, lottare con i draghi del nostro orgoglio, vincere i demoni delle nostre insicurezze per poi farseli amici, e magari riuscire a trasformarli in virtù. 
    Non ci interessa essere ammirati per qualità che, nel nostro intimo, sentiamo di non possedere o per altre che, pur riconoscendo come nostre, per noi non hanno alcuna importanza. 
    Sappiamo di non essere perfetti, spesso anzi siamo consapevoli di essere dei totali disastri, e ciò nonostante riconosciamo in noi una unicità straordinaria, una sfumatura, una nota che è solo la nostra, un nucleo prezioso e irripetibile che appartiene soltanto a noi, come l'odore della nostra pelle o le impronte delle nostre dita, ed è proprio questa particolarità la nostra vera essenza, il tesoro sommerso che custodiamo nel nostro profondo, e che proteggiamo dagli sguardi del mondo. E' questa parte fragile e splendente che, con ogni fibra del nostro essere, con ogni cellula del nostro corpo, desideriamo vedere riconosciuta, portata alla luce e amata. Solo a quel punto ci sentiremo compresi e amati fino in fondo. 
    Ma neanche questo ci basta. 
    Perché la magia riesca non bastano due occhi qualsiasi, neanche nel caso in cui questi occhi riescano perfettamente, magari al primo sguardo, a scorgere il nostro vero Io. 
    Una persona ordinaria (cioè che noi percepiamo come tale, sia chiaro! In realtà tutti siamo speciali e degni di amore!) non può costituire un buono specchio per la nostra straordinarietà. Ci occorre sì che qualcuno ci percepisca come esseri unici e irripetibili, ed estremamente degni di amore, ma perché la cosa possa avere valore, è necessario che il nostro specchio, cioè colui che riesce a vederci davvero, sia a sua volta straordinariamente unico e irripetibile, ed estremamente degno di amore, ai nostri occhi. 
    Ecco perché costruiamo i muri intorno al nostro Io più profondo. Ecco perché poniamo demoni e draghi a guardia del nostro castello. Paura di essere feriti, abbandonati, rifiutati? In minima parte, forse. 
    In realtà a muoverci è una speciale forma di superbia, priva però dell'accezione negativa del termine, che ci permette di conservare la verginità del cuore in attesa di colui o colei che riconosceremmo ad occhi chiusi fra mille miliardi di persone, molte delle quali belle, seducenti, affascinanti, intelligentissime e profonde, e tuttavia assolutamente indegne di arrivarci nel profondo.

    sabato 6 giugno 2015

    STORIA DI UNA NINFA TRISTE

    Mi ero dimenticata di te. Cinque anni passati in pochi giorni, che si erano portati via la tua camminata instabile, il tuo volto pallido e magro, persino il ricordo del tuo nome.
    Ti avevo sepolta da qualche parte dentro di me, lontana da me, così tanto che, se improvvisamente mi fosse tornato alla mente il tuo viso dolente, avrei pensato di averti soltanto sognata, o magari di averti creata in un casuale moto immaginativo.
    «Pronto, M.? Sono Sara T.» Affastelli le parole in fretta, sovrapponendole le une alle altre e tagliando via l'ultima vocale di ognuna, come se non avessi fiato sufficiente a terminarle.
    Non ho memoria di te, e sono più che certa di non conoscere nessuna Sara T. ma, poiché hai usato il mio nome, non mi interrogo oltre sul fatto che mi stai chiamando da un numero privato.
    «Ehm, io... volevo solo dirti che sto arrivando.»
    Stai arrivando? E dove, dato che sono al lavoro e non ho preso impegni per la serata? E poi, chi sei tu, voce accelerata dal nome senza volto? Devo essere vittima di uno scherzo idiota, tutt'al più di uno sbaglio.
    «Scusa, ci conosciamo?» Neanche il tempo di finire la domanda, che la mia mente parte già in cerca di nuove risposte, colta dalla paranoia di come hai fatto ad avere il mio numero e dall'immagine ignota di te piegata in due dalle risate.
    «Sei M., vero? Sono Sara, Sara T.!»
    «Mi spiace, non conosco nessuna Sara T.», rispondo bruscamente, anche se non smetto di scavare nella memoria per trovare una traccia del tuo nome. Purtroppo non mi vieni in mente. Per me continui a non esistere, anche se indubbiamente conosci il mio numero e il mio nome.
    «Scusa, cercavo la mia collega. Si chiama M., come te.»
    Una collega col mio stesso nome? Adesso sono sbalordita, ancor più che confusa. Non so più che cosa pensare.
    «Devo aver confuso il numero in rubrica, scusami tanto!»
    «Figurati. Allora, ciao,» rispondo, prima di riagganciare. Scuoto la testa, fissando nel vuoto, ma non faccio in tempo a formulare un pensiero di senso compiuto che subito il telefono riprende a squillare. Controllo il display e so subito che sei tu. Dunque deve chiaramente trattarsi di uno scherzo!
    «Scusa, sono sempre io, Sara. Non so, pensavo che magari abbiamo fatto le scuole insieme...»
    Insensatamente, contro ogni logica, interrogo di nuovo la mia memoria in cerca di una Sara che, dalle medie al liceo, avesse potuto dividere la classe con me. Il responso arriva in fretta: nessuna Sara tra le mie compagne.
    «Quanti anni hai?» ti chiedo, domandandomi perché diavolo continuo a darti corda, se ormai è evidente che ti stai prendendo gioco di me.
    «Ventitré. E tu?»
    «Ventisette, dunque non possiamo aver fatto le scuole assieme.»
    E allora ti scusi di nuovo, ti profondi in un mare di scuse, fino a confondermi nel più assoluto dei modi, per poi chiudere la telefonata.
    Ma subito richiami, per la terza volta. A questo giro però, l'idea di essere presa in giro in quel modo prevale sul fatto che, comunque, mi sei sembrata educata e che, in fondo, non mi è dispiaciuto parlare con te.
    «Allora, ci dai un taglio o no?»
    «Ti prego, scusa...» continui a ripetere, ma non mi chiarisci il motivo reale di tutte quelle telefonate. Sembra quasi tu stia piangendo, e una parte di me vorrebbe chiederti se è vero, se a rompere le tue parole sia solo l'ansia o piuttosto una traccia di pianto. Ma non ti conosco, e la mia naturale diffidenza mi porta a credere che, più che lacrime, quelle che sento spezzarti la voce siano invece risate trattenute a stento. L'idea mi fa imbestialire al punto che decido di chiudere la conversazione, una volta per tutte.
    «Magari un giorno ti verrà in mente chi sono...» ti sento dire prima che si interrompa la linea, ma ormai è fatta. Ti ho persa nell'istante esatto in cui ti ho ritrovata dentro di me. Ah, l'orgoglio e l'impulsività, che guai!
    Accidenti, Sara, richiamami!, grido al telefono muto. Ora so chi sei, e so che – per qualche strano motivo – ti stavo aspettando da tanto.
    Per prima cosa ritornano le tue dita lunghe e nervose, le tue mani inquiete e bianche come gabbiani, mani che corrono incessantemente dalla cintura di una borsa di pelle ai tuoi lunghi capelli corvini. Li toccavi spesso, toccavi tutto, spesso, ogni cosa, come per sincerarti che fosse veramente vera, che fosse veramente lì. Toccavi anche me in quel modo fugace, leggero ma continuo, come se le tue dita fossero gli unici occhi di cui potessi fidarti davvero. Le tue mani pallide come fantasmi, come anime in pena, che volavano leggere da un oggetto all'altro, senza posa. Le ricordo bene, e adesso ricordo chiaramente anche il nostro primo incontro.
    Io avevo l'età che ora hai tu, anzi, un anno in meno. Facevo ventidue anni proprio quel giorno, ed ero andata a festeggiare il compleanno con gli amici in un locale squallido e imbottito di musica scadente, che le casse sparavano fuori a volume troppo alto, senza pietà.
    Mi ero rifugiata nel bagno per fumare una paglia, grata che il rimbombo assordante della disco-dance si fermasse sulla soglia della porta in acciaio della toilette, come uno spirito maligno davanti al portone di una chiesa.
    Addossata al muro e ad occhi chiusi, aspiravo lunghe boccate di tabacco, probabilmente interrogandomi su cosa ordinare al bar per dissetarmi un po'. Quando riaprii gli occhi tu eri lì, proprio di fronte a me. Saltellavi da un piede all'altro, torturandoti le dita fino ad imporporarti le nocche, e mi guardavi come se fossi sul punto di dire qualcosa.
    Non me ne domandai mai il motivo ma, pur vedendoti in imbarazzo, quella sera andai contro le mie abitudini e non volli aiutarti. Ricordo solo che alla fine ti facesti coraggio e fosti tu a rompere il silenzio, non ricordo bene come, probabilmente chiedendomi una sigaretta.
    Quello che invece ricordo perfettamente è che, neanche cinque minuti dopo, mi parlavi nel tuo modo confuso e discontinuo, un costante su-e-giù di toni e afonie improvvise, note acute e veloci alternate a parole lente e piene, e di nuovo pieni e vuoti e pause e silenzi e mancati suoni.
    Capire il tuo linguaggio richiedeva davvero un considerevole sforzo da parte mia, cercavo di seguire la scala delle tue corde vocali agganciandomi alle note chiare e sforzandomi di riempire gli spazi in cui diventava respiro.
    Ma i tuoi racconti valevano bene i miei sforzi. Dieci minuti e mi sembrava di conoscerti da sempre. Quindici, e volevo strapparti alla tua vita, rapirti, portarti via dal tuo ragazzo che ti picchiava e ti chiamava "racchia", dal tuo analista muto, da tuo padre che ti aveva trasmesso nel sangue il suo male di vivere. Venti minuti, ed ero io ad essermi persa. Inchiodata ai tuoi occhi sognanti, dentro i quali percepivo l'irresistibile richiamo di un mondo nero e pericoloso, irretita dal tuo fascino strano, precario, instabile.
    Mentre parlavi, ero pienamente cosciente del fatto che mai avrei dovuto lasciarmi coinvolgere da una persona come te, coi tuoi problemi, con la tua personalità a brandelli; eppure la tua bellezza, la tua voce così particolare, il tuo sguardo chiaro, nel quale si allargavano neri i pozzi delle pupille, la curva aristocratica e dolente delle sopracciglia, mi avevano già vinta.
    Mi confidasti che ti piaceva molto dipingere, e che spesso i soggetti dei tuoi quadri erano cimiteri e angeli neri, non perché ti piacesse la morte, ma perché li sentivi come luoghi e abitanti del tuo mondo interno. Sapevi che stavi sbagliando tutto, dicevi, ma qualcosa ti spingeva irrimediabilmente verso l'autodistruzione. Scusami, dicevi, sto parlando troppo, sto parlando di cose brutte, non voglio incupirti.
    «E' strano come mi senta a mio agio con te. Sento una luce forte e calda che viene da te. Sento che di te mi posso fidare.» Le tue mani si muovevano, volavano veloci al tuo mento, ai tuoi capelli, tentavano di atterrare sulle mie, ma si posavano appena, come passeri incerti che sfiorassero un ramo solo per riprendere il volo.
    Ti potevi fidare di me? In quel momento avrei giurato di sì. Sarei stata pronta a combattere, a scacciare via la tentazione delle tenebre, a salvarti dalla tua anima in cancrena che stava divorando la vita dei tuoi anni più teneri.
    E poi di nuovo il contatto anfibio delle tue mani morbide e fredde, le tue dita che giocavano coi miei anelli d'acciaio, coi miei bracciali di gomma, ed io che non sapevo che dire, che restavo immobile come fossi stata di sale, con la mente a mille, che vorticava incessantemente, senza trovare sbocchi su un gesto qualsiasi.
    "Voglio solo baciarti, baciarti e farti stare bene. Voglio portarti via da quell'idiota del tuo ragazzo e dallo schifo che ti sta uccidendo. Vieni con me." Te lo avrei detto, lo avrei fatto davvero, se fossi stata in grado di parlare.
    E ti avrei mentito, perché non sarei riuscita mai a portarti via da te stessa. Non avrei potuto salvarti, allora: nessuno avrebbe potuto farlo al tuo posto. Nessuno può salvare nessuno, ma in qualche modo tu ce l'hai fatta, vero? Ti sei salvata cinque anni fa, puoi continuare a farlo con me al tuo fianco, se vuoi.
    Cazzo, Sara T., richiamami!
    Richiamami.