sabato 6 giugno 2015

STORIA DI UNA NINFA TRISTE

Mi ero dimenticata di te. Cinque anni passati in pochi giorni, che si erano portati via la tua camminata instabile, il tuo volto pallido e magro, persino il ricordo del tuo nome.
Ti avevo sepolta da qualche parte dentro di me, lontana da me, così tanto che, se improvvisamente mi fosse tornato alla mente il tuo viso dolente, avrei pensato di averti soltanto sognata, o magari di averti creata in un casuale moto immaginativo.
«Pronto, M.? Sono Sara T.» Affastelli le parole in fretta, sovrapponendole le une alle altre e tagliando via l'ultima vocale di ognuna, come se non avessi fiato sufficiente a terminarle.
Non ho memoria di te, e sono più che certa di non conoscere nessuna Sara T. ma, poiché hai usato il mio nome, non mi interrogo oltre sul fatto che mi stai chiamando da un numero privato.
«Ehm, io... volevo solo dirti che sto arrivando.»
Stai arrivando? E dove, dato che sono al lavoro e non ho preso impegni per la serata? E poi, chi sei tu, voce accelerata dal nome senza volto? Devo essere vittima di uno scherzo idiota, tutt'al più di uno sbaglio.
«Scusa, ci conosciamo?» Neanche il tempo di finire la domanda, che la mia mente parte già in cerca di nuove risposte, colta dalla paranoia di come hai fatto ad avere il mio numero e dall'immagine ignota di te piegata in due dalle risate.
«Sei M., vero? Sono Sara, Sara T.!»
«Mi spiace, non conosco nessuna Sara T.», rispondo bruscamente, anche se non smetto di scavare nella memoria per trovare una traccia del tuo nome. Purtroppo non mi vieni in mente. Per me continui a non esistere, anche se indubbiamente conosci il mio numero e il mio nome.
«Scusa, cercavo la mia collega. Si chiama M., come te.»
Una collega col mio stesso nome? Adesso sono sbalordita, ancor più che confusa. Non so più che cosa pensare.
«Devo aver confuso il numero in rubrica, scusami tanto!»
«Figurati. Allora, ciao,» rispondo, prima di riagganciare. Scuoto la testa, fissando nel vuoto, ma non faccio in tempo a formulare un pensiero di senso compiuto che subito il telefono riprende a squillare. Controllo il display e so subito che sei tu. Dunque deve chiaramente trattarsi di uno scherzo!
«Scusa, sono sempre io, Sara. Non so, pensavo che magari abbiamo fatto le scuole insieme...»
Insensatamente, contro ogni logica, interrogo di nuovo la mia memoria in cerca di una Sara che, dalle medie al liceo, avesse potuto dividere la classe con me. Il responso arriva in fretta: nessuna Sara tra le mie compagne.
«Quanti anni hai?» ti chiedo, domandandomi perché diavolo continuo a darti corda, se ormai è evidente che ti stai prendendo gioco di me.
«Ventitré. E tu?»
«Ventisette, dunque non possiamo aver fatto le scuole assieme.»
E allora ti scusi di nuovo, ti profondi in un mare di scuse, fino a confondermi nel più assoluto dei modi, per poi chiudere la telefonata.
Ma subito richiami, per la terza volta. A questo giro però, l'idea di essere presa in giro in quel modo prevale sul fatto che, comunque, mi sei sembrata educata e che, in fondo, non mi è dispiaciuto parlare con te.
«Allora, ci dai un taglio o no?»
«Ti prego, scusa...» continui a ripetere, ma non mi chiarisci il motivo reale di tutte quelle telefonate. Sembra quasi tu stia piangendo, e una parte di me vorrebbe chiederti se è vero, se a rompere le tue parole sia solo l'ansia o piuttosto una traccia di pianto. Ma non ti conosco, e la mia naturale diffidenza mi porta a credere che, più che lacrime, quelle che sento spezzarti la voce siano invece risate trattenute a stento. L'idea mi fa imbestialire al punto che decido di chiudere la conversazione, una volta per tutte.
«Magari un giorno ti verrà in mente chi sono...» ti sento dire prima che si interrompa la linea, ma ormai è fatta. Ti ho persa nell'istante esatto in cui ti ho ritrovata dentro di me. Ah, l'orgoglio e l'impulsività, che guai!
Accidenti, Sara, richiamami!, grido al telefono muto. Ora so chi sei, e so che – per qualche strano motivo – ti stavo aspettando da tanto.
Per prima cosa ritornano le tue dita lunghe e nervose, le tue mani inquiete e bianche come gabbiani, mani che corrono incessantemente dalla cintura di una borsa di pelle ai tuoi lunghi capelli corvini. Li toccavi spesso, toccavi tutto, spesso, ogni cosa, come per sincerarti che fosse veramente vera, che fosse veramente lì. Toccavi anche me in quel modo fugace, leggero ma continuo, come se le tue dita fossero gli unici occhi di cui potessi fidarti davvero. Le tue mani pallide come fantasmi, come anime in pena, che volavano leggere da un oggetto all'altro, senza posa. Le ricordo bene, e adesso ricordo chiaramente anche il nostro primo incontro.
Io avevo l'età che ora hai tu, anzi, un anno in meno. Facevo ventidue anni proprio quel giorno, ed ero andata a festeggiare il compleanno con gli amici in un locale squallido e imbottito di musica scadente, che le casse sparavano fuori a volume troppo alto, senza pietà.
Mi ero rifugiata nel bagno per fumare una paglia, grata che il rimbombo assordante della disco-dance si fermasse sulla soglia della porta in acciaio della toilette, come uno spirito maligno davanti al portone di una chiesa.
Addossata al muro e ad occhi chiusi, aspiravo lunghe boccate di tabacco, probabilmente interrogandomi su cosa ordinare al bar per dissetarmi un po'. Quando riaprii gli occhi tu eri lì, proprio di fronte a me. Saltellavi da un piede all'altro, torturandoti le dita fino ad imporporarti le nocche, e mi guardavi come se fossi sul punto di dire qualcosa.
Non me ne domandai mai il motivo ma, pur vedendoti in imbarazzo, quella sera andai contro le mie abitudini e non volli aiutarti. Ricordo solo che alla fine ti facesti coraggio e fosti tu a rompere il silenzio, non ricordo bene come, probabilmente chiedendomi una sigaretta.
Quello che invece ricordo perfettamente è che, neanche cinque minuti dopo, mi parlavi nel tuo modo confuso e discontinuo, un costante su-e-giù di toni e afonie improvvise, note acute e veloci alternate a parole lente e piene, e di nuovo pieni e vuoti e pause e silenzi e mancati suoni.
Capire il tuo linguaggio richiedeva davvero un considerevole sforzo da parte mia, cercavo di seguire la scala delle tue corde vocali agganciandomi alle note chiare e sforzandomi di riempire gli spazi in cui diventava respiro.
Ma i tuoi racconti valevano bene i miei sforzi. Dieci minuti e mi sembrava di conoscerti da sempre. Quindici, e volevo strapparti alla tua vita, rapirti, portarti via dal tuo ragazzo che ti picchiava e ti chiamava "racchia", dal tuo analista muto, da tuo padre che ti aveva trasmesso nel sangue il suo male di vivere. Venti minuti, ed ero io ad essermi persa. Inchiodata ai tuoi occhi sognanti, dentro i quali percepivo l'irresistibile richiamo di un mondo nero e pericoloso, irretita dal tuo fascino strano, precario, instabile.
Mentre parlavi, ero pienamente cosciente del fatto che mai avrei dovuto lasciarmi coinvolgere da una persona come te, coi tuoi problemi, con la tua personalità a brandelli; eppure la tua bellezza, la tua voce così particolare, il tuo sguardo chiaro, nel quale si allargavano neri i pozzi delle pupille, la curva aristocratica e dolente delle sopracciglia, mi avevano già vinta.
Mi confidasti che ti piaceva molto dipingere, e che spesso i soggetti dei tuoi quadri erano cimiteri e angeli neri, non perché ti piacesse la morte, ma perché li sentivi come luoghi e abitanti del tuo mondo interno. Sapevi che stavi sbagliando tutto, dicevi, ma qualcosa ti spingeva irrimediabilmente verso l'autodistruzione. Scusami, dicevi, sto parlando troppo, sto parlando di cose brutte, non voglio incupirti.
«E' strano come mi senta a mio agio con te. Sento una luce forte e calda che viene da te. Sento che di te mi posso fidare.» Le tue mani si muovevano, volavano veloci al tuo mento, ai tuoi capelli, tentavano di atterrare sulle mie, ma si posavano appena, come passeri incerti che sfiorassero un ramo solo per riprendere il volo.
Ti potevi fidare di me? In quel momento avrei giurato di sì. Sarei stata pronta a combattere, a scacciare via la tentazione delle tenebre, a salvarti dalla tua anima in cancrena che stava divorando la vita dei tuoi anni più teneri.
E poi di nuovo il contatto anfibio delle tue mani morbide e fredde, le tue dita che giocavano coi miei anelli d'acciaio, coi miei bracciali di gomma, ed io che non sapevo che dire, che restavo immobile come fossi stata di sale, con la mente a mille, che vorticava incessantemente, senza trovare sbocchi su un gesto qualsiasi.
"Voglio solo baciarti, baciarti e farti stare bene. Voglio portarti via da quell'idiota del tuo ragazzo e dallo schifo che ti sta uccidendo. Vieni con me." Te lo avrei detto, lo avrei fatto davvero, se fossi stata in grado di parlare.
E ti avrei mentito, perché non sarei riuscita mai a portarti via da te stessa. Non avrei potuto salvarti, allora: nessuno avrebbe potuto farlo al tuo posto. Nessuno può salvare nessuno, ma in qualche modo tu ce l'hai fatta, vero? Ti sei salvata cinque anni fa, puoi continuare a farlo con me al tuo fianco, se vuoi.
Cazzo, Sara T., richiamami!
Richiamami.

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