giovedì 31 dicembre 2015

ANITA

Avevo undici anni, tu settantadue. 
Portati egregiamente, però. Niente lifting, niente abiti attillati da falsa ragazza (forse a quei tempi non usava ancora atteggiarsi a ventenni anche secoli dopo la menopausa...!) Avevi settantadue anni veri, di tutto rispetto, così come eri vera e rispettabile tu, coi tuoi capelli color antracite, che un tempo dovevano essere stati di un nero perfetto, così oscuro da non riflettere un filo di luce, e con la tua schiena da regina, dritta come un fuso. La prima volta che ti vidi stavamo pranzando nel ristorante della pensione che ci ospitava: io, seduta al tavolo insieme a mia madre e a mia nonna; tu, seduta a quello di fronte al nostro, da sola. Fui immediatamente colpita dal tuo sguardo azzurro cupo, come la neve antica di un ghiacciaio, e dalla linea gelida delle sopracciglia scure, naturalmente sottili. Quegli occhi incredibili, senza calore, sembravano guardare quel minuscolo mondo fuori dal mondo dall'alto in basso, velati da un ventaglio di ciglia lunghe e scure. Durante il pranzo ti osservavo affascinata, intimidita dai sorrisi cortesi che disegnavano piccole rughe ai lati della tua bocca, senza però scalfire la neve dura. Ero come ipnotizzata dal modo regale con cui accettavi le portate che la cameriera ti offriva: un largo e breve sorriso delle labbra, ancora piene e rosa, e una stilettata azzurra, come ringraziamento. Non riuscivo a staccarti gli occhi di dosso. C'era qualcosa, nella tua espressione seria, che mi costringeva a dimenticare le regole della buona educazione, il cibo che rimaneva intatto nel mio piatto, mia madre e mia nonna, e tutti gli altri commensali. O dovrei dire, piuttosto, che al tuo viso mancava qualcosa. Qualcosa... un'emozione, che tutti gli altri sfoggiavano con la massima naturalezza: chi ridendo a una battuta dell'amico; chi illuminandosi davanti alla lasagna della casa; chi soffrendo per i dolori articolari della non più verde età. Tu, no. Guardandoti, per quanto attentamente, nessuno avrebbe potuto capire di che colore fosse la tua giornata o, come ebbi modo di scoprire poi, tutte quante le tue giornate. Diritta, elegante, cortese, distante. Questo era tutto ciò che di te offrivi, indistintamente, a chi aveva l'ardire di avvicinarti. Più tardi, quel pomeriggio noioso, trascorso all'ombra del campanile, cercai ancora di studiarti. Il modo in cui sedevi circondata dagli altri pensionanti, eppure perfettamente isolata, in un silenzio tranquillo che non aveva niente di ostile o triste. I passi piccoli e lenti, ma decisi, fino all'atrio della locanda per recuperare il golfino blu, in tinta con la borsetta e le scarpette senza tacco. Quella tua breve assenza mi lasciò addosso un inaspettato senso di perdita, tanto che, al tuo ritorno, trovai il coraggio di chiederti di accompagnarmi a passeggiare per i stretti sentieri della collina intorno alla pensione. Mi ero aspettata di ricevere una stilettata azzurra, che infatti arrivò, puntuale. Quello che invece non mi attendevo fu il rapido, totale disgelo che la seguì. Per la prima volta vidi il tuo viso - tutto il tuo viso, stavolta, occhi compresi! - aprirsi in un sorriso largo, sorprendentemente regolare e bianco, sincero e caldo come il sole. Avevi subíto un delicato intervento al cuore e ti trovavi lì- in quel minuscolo paesello fra le colline modenesi - in convalescenza. Per questo camminavi piano, perché ti stancavi in fretta. Però avresti fatto volentieri un giro intorno al vicino convento, ormai abbandonato. Incredula e raggiante, balzai in piedi e ti offrii il mio braccio ossuto perché ti servisse da stampella. Camminammo adagio, a passi minuscoli, fermandoci spesso perché, anche così, avevi bisogno di riprendere fiato. Mi sentivo in colpa per averti chiesto di affrontare una simile fatica. Due, tre metri al massimo, e poi mi stringesti forte le dita intorno all'avambraccio, costringendomi a fermarmi. Respiravi affannosamente, e notai che lo sforzo aveva dipinto sulle tue guance ancora lisce, quasi senza rughe, l'illusorio rossore della gioventù. Ma dopo pochi minuti riprendemmo a passeggiare, chiacchierando allegramente, senza più imbarazzi. Le parole scorrevano fluide, con facilità, come se a quelle primissime confidenze ne fossero preesistite altre... come se, invece dell'abisso generazionale che ci divideva, tra noi non ci fosse che lo scarto di un paio di anni. Ovviamente io non avevo molta vita da offrirti, ma feci del mio meglio per rendere interessanti le mie ore di scuola, i miei compagni di classe, la mia strana famiglia e il mio mondo in costruzione, che già aveva cominciato a starmi stretto e che, dopo avere conosciuto te, mi era diventato ancora più angusto. Tu, invece, mi facesti dei doni meravigliosi. Gli anni della guerra, il matrimonio con il grande amore della tua vita, Nello (che per una strana casualità portava lo stesso cognome della mia nonna materna), la nascita del tuo unico figlio... Approfittasti di una pausa per riposarti un po' e, dopo aver ripreso fiato, rovistasti nella borsetta in cerca del portafoglio. In una piccola tasca, protette da un fazzoletto di carta ripiegato con cura, conservavi due piccole fotografie in bianco e nero che mi mostrasti con malcelato orgoglio. La prima raffigurava te nei primi anni di matrimonio. Ricordo che pensai che, sebbene con l'età non avessi perso granché della tua bellezza, in quella foto eri talmente diversa da non sembrare neanche la stessa persona. I tuoi capelli erano nerissimi, proprio come avevo immaginato, raccolti in un elegante chignon. Il tuo viso, ora piuttosto magro, nella foto era pieno e veramente aperto, spalancato alla vita. Ma la vera sorpresa fu scoprire che un tempo nei tuoi occhi non c'era stata traccia di neve, né di ghiaccio, e nemmeno di un temporale. Apparivano semmai leggeri, ridenti e caldi come il cielo in un mattino di maggio. L'altra foto ritraeva un bel giovane dalla pelle liscia e abbronzata, con le spalle larghe e le braccia tornite, che sembravano scoppiare sotto la camicia di cotone. Anche lui sorrideva, mostrando una schiera di denti bianchi e perfetti, al pari di quelli di sua moglie, e i suoi occhi scintillavano di gioia e vitalità. Mi raccontasti che Nello ti aveva lasciata una notte di tanti anni prima, in seguito ad un brutto incidente sul lavoro e, poiché tuo figlio si era sposato, ormai vivevi sola da anni. 

Cosi ebbe inizio la nostra strana, improbabile amicizia che, date le circostanze, racchiudeva in sé, già dal suo nascere, il suo carattere effimero. Nelle settimane di vacanza che seguirono continuammo a passeggiare e a raccontarci un'infinità di cose. Noi: la vecchia e la bambina, la regina e la zingara. Tu, con l'eredità del tuo passato, ed io, con la speranza del futuro. Per diversi anni, in occasione delle festività, ti telefonai per farti gli auguri, e ogni volta chiacchierammo a lungo, come se ci fossimo appena salutate. In realtà ti chiamavo per sapere come stavi. Temevo per la tua salute, per il tuo cuore affaticato e per gli anni che continuavano a sommarsi, portandosi via pezzi di te. Finché un giorno, temendo di non ricevere più risposta, e sapendo ciò che questo avrebbe significato, smisi di farlo. Così non ho mai saputo quando, né come. Ma oggi ho visto una signora su una carrozzina, spinta dalla sua badante russa. Ti assomigliava. Somigliava a te come saresti potuta essere... forse quindici anni fa. 


Così sono contenta di non aver saputo né il giorno né l'ora. Ma, come vedi, ti porto ancora con me, Anita.


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